Umbria, cultura diffusa ma filiera debole: nel 2025 valore aggiunto fermo a 1,1 miliardi

Il Rapporto "Io sono Cultura" 2026 di Fondazione Symbola fotografa il sistema produttivo culturale e creativo della regione, tra crescita rallentata e occupazione concentrata su Perugia

Nel 2025 il Sistema produttivo culturale e creativo dell’Umbria ha generato 1 miliardo e 105 milioni di euro di valore aggiunto, sostenendo 19.081 occupati in un anno segnato da una crescita più contenuta rispetto al resto del Paese. A pubblicare i dati, alla sedicesima edizione, sono Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e Deloitte, con il patrocinio del ministero della Cultura. Il rapporto arriva una settimana dopo la rilevazione della Camera di Commercio dell’Umbria sui numeri della Siae, che avevano già mostrato una regione densa di eventi ma con criticità economiche di fondo.

I due studi, letti insieme, restituiscono uno scarto netto: da un lato 66.710 spettacoli e 3,57 milioni di presenze, con 78,3 appuntamenti ogni mille abitanti – il dato più alto d’Italia –; dall’altro una macchina produttiva che fatica a trasformare questa vivacità in imprese solide e occupazione stabile.

Crescita più lenta della media nazionale

Il valore aggiunto regionale è cresciuto solo dell’1,4% e l’occupazione dello 0,9%, a fronte del 3,3% e dell’1,7% registrati a livello Italia. Il comparto culturale pesa il 4,4% dell’economia umbra, contro il 5,7% nazionale e il 6,8% del Centro Italia; sul fronte occupazionale l’incidenza è del 4,8%, contro il 5,7% nazionale e il 6,7% dell’area centrale. La regione si colloca all’undicesimo posto in Italia per incidenza del valore aggiunto culturale e al decimo posto per peso occupazionale, dietro Toscana, Marche e Lazio.

La spesa pubblica in calo

Il precedente rapporto della Camera di Commercio aveva già segnalato che nel 2025 la spesa del pubblico umbro per gli spettacoli è scesa a 45,17 milioni di euro (-2,2%), mentre a livello nazionale è cresciuta del 7%. La spesa media per presenza si è fermata a 12,66 euro, contro i 16,99 euro della media italiana.

Perugia concentra oltre l’80% della ricchezza culturale

La geografia produttiva della regione appare molto più concentrata rispetto a quella degli eventi. Perugia genera 888 milioni di euro di valore aggiunto e conta 14.963 occupati, mentre Terni contribuisce con 217 milioni e 4.118 addetti. Poco più dell’80% della ricchezza e oltre il 78% del lavoro del settore si concentrano quindi in provincia di Perugia. Il Core Cultura – le attività che producono direttamente beni e servizi culturali – vale 644 milioni di euro e 11.579 occupati; i restanti 461 milioni e 7.502 addetti derivano dagli Embedded Creatives, i professionisti creativi attivi in manifattura, artigianato e servizi.

Editoria forte, digitale debole

La composizione del Core Cultura umbro mostra un peso elevato di settori tradizionali: l’editoria e stampa genera il 26,7% del valore aggiunto (contro il 17,3% nazionale), le arti performative e visive il 12,5% (contro il 10,1%) e il patrimonio storico e artistico il 7,2% (contro il 5,8%). Resta invece indietro il comparto più dinamico a livello nazionale: software e videogiochi pesano il 14,4% del valore aggiunto regionale, quasi la metà del 27,8% italiano, con un’incidenza occupazionale del 14,6% contro il 22,6% nazionale. In Italia questo comparto vale 18,6 miliardi di euro e oltre 206 mila posti di lavoro, con una crescita del 5,8% nel 2025 (+5,9% per architettura e design).

Imprese, non profit e lavoro discontinuo

La filiera conta 3.936 imprese del Core Cultura, pari al 4,3% delle attività regionali contro il 4,9% nazionale, affiancate da 553 organizzazioni non profit: un rapporto tra non profit e imprese del 14%, tra i più alti d’Italia. Il lavoro autonomo riguarda il 48,2% degli addetti del Core Cultura, oltre il doppio della media economica generale (21,5%). Il 7,4% degli occupati giudica negativamente la stabilità della propria posizione, quota che sale al 10,3% nelle performing arts e all’8,4% nel patrimonio storico-artistico. Tra i dipendenti, l’88,9% ha un contratto a tempo indeterminato, ma nelle performing arts i contratti a termine toccano il 25,8% e il part time il 31,2%. Nel 2025 il 4,7% di chi lavorava nelle attività creative e di intrattenimento non risultava più occupato l’anno successivo.

Redazione

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