Scendono ancora i prestiti alle piccole imprese umbre

In Umbria il credito alle aziende minori resta in calo, mentre il costo del denaro rischia di avvicinarsi al 10% dopo la riunione Bce di settembre

La Camera di Commercio dell’Umbria, ha commentato i dati più recenti della Banca d’Italia sul credito alle imprese umbre, diffusi il 31 agosto e aggiornati a giugno 2026, insieme all’ultima disaggregazione per dimensione d’impresa riferita a marzo. Il quadro che ne emerge riguarda l’intera regione: mentre il credito complessivo alle aziende umbre è tornato a crescere, per le piccole imprese la contrazione dei prestiti non si è ancora arrestata e il costo della liquidità resta quasi doppio rispetto a quello riservato alle imprese più strutturate. Il tema è destinato a pesare ulteriormente nelle prossime settimane, in vista della decisione della Banca centrale europea sui tassi, attesa per il 10 settembre.

A marzo 2026 i prestiti al totale delle imprese umbre segnavano un +0,2% su base annua, in miglioramento rispetto al -2,2% di dicembre 2025. Il recupero, però, si deve quasi interamente alle aziende medio-grandi, passate da -1,3% a +1,6% nello stesso periodo. Le piccole imprese, al contrario, restavano in territorio negativo, con un calo del 5,5% su base annua, dopo il -6% di dicembre 2025, il -5,9% di settembre e il -5,4% di giugno dello scorso anno. Ancora più marcata la flessione per le famiglie produttrici, le realtà fino a cinque addetti, ferme al -6,4%.

In valori assoluti, a fine marzo i prestiti bancari alle imprese umbre ammontavano a 8,804 miliardi di euro, dei quali 7,210 miliardi destinati alle medio-grandi e 1,593 miliardi alle piccole imprese, di cui 928 milioni alle famiglie produttrici. Nello stesso mese i prestiti alle famiglie consumatrici crescevano del 2,4%.

Il confronto con le altre regioni del Centro Italia colloca l’Umbria in una posizione intermedia. A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese calavano del 4,3% a livello nazionale, contro il 5,5% registrato in Umbria. Il dato umbro risultava peggiore di quello nazionale ma migliore di Toscana (-6,4%) e Marche (-7,1%), mentre il Lazio si fermava al -2,3%. Anche a livello settoriale la ripresa procede a velocità diverse: a marzo i prestiti alla manifattura crescevano del 4,7% e quelli alle costruzioni dello 0,5%, mentre nei servizi calavano del 3%, a conferma di un recupero più solido nella parte industriale.

Il nodo più rilevante riguarda però il costo della liquidità. A marzo 2026 il Tae, il tasso annuo effettivo sui prestiti per esigenze di liquidità, era pari al 9,4% per le piccole società rilevate dalla Banca d’Italia — società in accomandita semplice, in nome collettivo, semplici e di fatto con meno di 20 addetti, escluse le ditte individuali — contro il 5% delle medio-grandi: una distanza di 4,4 punti percentuali. Per il totale delle imprese, sempre al netto delle ditte individuali, il Tae si fermava al 5,4%. Il divario si è ridotto nel corso del 2025, quando il tasso per le piccole società è sceso dal 9,9% di dicembre 2024 al 9,1% di dicembre 2025, ma è poi risalito al 9,4% a marzo 2026, mentre per le medio-grandi la discesa è proseguita dal 5,7% al 5%. I nuovi finanziamenti per investimenti, misurati dal Taeg, si collocavano invece al 3,8% nel primo trimestre 2026.

Su questo scenario incide ora l’appuntamento del 10 settembre, quando la Bce deciderà sui tassi. I mercati considerano probabile un rialzo di 0,25 punti; le banche d’investimento J.P. Morgan e BNP Paribas ipotizzano un secondo aumento della stessa entità a dicembre 2026, mentre la maggioranza degli economisti interpellati da Reuters ritiene possibile che quello di settembre sia l’ultimo rialzo del ciclo. Se entrambi i rialzi venissero trasferiti integralmente sul costo della liquidità, il 9,4% osservato a marzo salirebbe aritmeticamente al 9,9%, a un passo dal 10%, pur trattandosi di una proiezione e non di un automatismo, poiché i tassi bancari dipendono anche dal rischio del cliente, dalle garanzie, dalla durata del finanziamento e dalle politiche commerciali degli istituti. Nel 2025, va ricordato, la quota dei prestiti alle imprese umbre con probabilità di default inferiore all’1% è salita al 51,4% dal 48,3% dell’anno precedente.

Le parole del presidente Mencaroni

Commentando i dati, Giorgio Mencaroni ha dichiarato: “Il dato che dobbiamo leggere con maggiore attenzione non è soltanto la riduzione del credito alle piccole imprese, ma la distanza crescente tra le condizioni alle quali si finanzia un’azienda minore e quelle riservate a un’impresa più strutturata. Quando la liquidità costa il 9,4%, contro il 5% delle medio-grandi, il tasso d’interesse smette di essere una variabile finanziaria e diventa una variabile competitiva: può decidere se un investimento si fa o si rinvia, se si assume una persona o si aspetta, se un’impresa riesce a crescere oppure rimane sulla difensiva. Naturalmente non spetta alla Camera di Commercio sostituirsi alla politica monetaria né al sistema bancario. Ma avevo indicato, tra le possibilità del nuovo mandato camerale, qualora le condizioni lo rendessero necessario, quella di costruire insieme alla Regione Umbria uno strumento per abbattere il costo degli interessi a carico delle imprese. Sarebbe ragionevole chiedersi non se intervenire in modo generalizzato, ma dove un intervento mirato possa evitare che aziende economicamente sane rinuncino a investimenti validi soltanto perché il costo del finanziamento è diventato troppo elevato”.

Il monitoraggio della Banca d’Italia proseguirà il 30 settembre, quando sarà pubblicato il secondo trimestre completo del 2026, utile a verificare l’evoluzione del -5,5% registrato a marzo per le piccole imprese umbre.

Redazione

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