Omicidio Piampiano: Fabbri sparò senza identificare con certezza il bersaglio

Il giudice di Firenze condanna a 4 anni e due mesi il 60enne assisano per la morte di Davide Piampiano durante una battuta di caccia al cinghiale

Piero Fabbri, 60 anni, è stato condannato a quattro anni, due mesi e venti giorni di reclusione per l’omicidio colposo aggravato di Davide Piampiano, 24 anni, ucciso l’11 gennaio 2023 durante una battuta di caccia sul Monte Subasio. Secondo il giudice per l’udienza preliminare di Firenze, Fabio Gugliotta, il cacciatore sparò senza identificare con certezza il bersaglio e violando le regole di prudenza previste dall’attività venatoria.

Decisione del GUP

Nelle 25 pagine della sentenza, il giudice ripercorre gli eventi del pomeriggio fatale e chiarisce perché non siano stati ravvisati gli estremi dell’omicidio volontario con dolo eventuale, inizialmente contestato. Il GUP osserva che non emergono elementi per dimostrare che Fabbri avesse accettato il rischio di colpire una persona, mentre il cacciatore era convinto di avere di fronte un cinghiale, seppur attraverso una valutazione gravemente negligente e imprudente.

Violazioni delle norme venatorie

La sentenza sottolinea come l’attività venatoria sia disciplinata da norme rigorose per prevenire tragedie come questa. Secondo le consulenze tecniche, la luminosità era sufficiente e la vegetazione non ostacolava la visione, mentre Piampiano era fermo e in posizione eretta, con il punto di impatto incompatibile con l’altezza di un cinghiale. Elementi che avrebbero richiesto a Fabbri una verifica più attenta prima di sparare.

Grave negligenza

Il giudice attribuisce la tragedia a una grave negligenza. Fabbri, esperto conoscitore della zona e della pratica venatoria, sparò basandosi solo su alcuni elementi compatibili con la presenza di un cinghiale, senza accertarsi della reale natura del bersaglio. Questo comportamento è stato giudicato incompatibile con le regole di cautela richieste durante una battuta di caccia.

Comportamento dopo lo sparo

La sentenza dedica ampio spazio a quanto accaduto subito dopo il colpo mortale. Il GUP ricostruisce come Fabbri abbia raggiunto Piampiano e si sia reso conto di avere colpito una persona, contattando telefonicamente la moglie e altri partecipanti alla battuta e nascondendo temporaneamente il fucile. Questi comportamenti, pur inizialmente orientando gli investigatori verso l’ipotesi di dolo eventuale, non sono stati ritenuti sufficienti per dimostrare che Fabbri avesse previsto e accettato il rischio di uccidere un uomo prima di sparare.

Omissione di soccorso

Nelle motivazioni viene anche richiamata la possibilità di omissione di soccorso aggravata dall’evento morte. Il giudice ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura, lasciando aperto questo aspetto sul piano giudiziario, considerato uno dei passaggi più significativi della decisione.

Redazione

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