Donne in prigione, minoranza ignorata: “Sistema carcerario è declinato al maschile”

Le donne rappresentano meno del 5% della popolazione carceraria, ma il sistema penitenziario resta concepito al maschile. A Perugia, un convegno per accendere i riflettori sulla loro condizione.

Al 28 febbraio 2025, le donne detenute nelle carceri italiane erano 2.729, pari a meno del 5% del totale dei reclusi, che ammontavano a 62.165. Di queste, 14 madri erano in carcere con i propri figli. Una condizione che rende le donne una “minoranza invisibile del sistema penitenziario”, spesso costrette a vivere in strutture pensate per gli uomini, con percorsi di reinserimento poco adeguati alle loro esigenze.

Se ne è discusso a Perugia in occasione della Giornata internazionale della donna, nell’evento “Il carcere al femminile”, promosso dal Consiglio nazionale forense e dalla sua Fondazione dell’Avvocatura italiana, in collaborazione con il quotidiano Il Dubbio. L’incontro, ospitato nella Sala dei Notari del Palazzo dei Priori, ha visto la partecipazione di giuristi, rappresentanti politici e istituzionali. Tra questi, la sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi, il vicepresidente del CNF Francesco Napoli, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Perugia Carlo Orlando, il vicepresidente della FAI Vittorio Minervini, la presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini e la senatrice Susanna Donatella Campione (FdI).

Le donne in carcere: una realtà ignorata

In Umbria, le donne detenute sono 60 su un totale di 1.593 reclusi, pari al 3,77% della popolazione carceraria regionale. Un dato in linea con la media nazionale, che da anni registra una presenza femminile sotto il 5%. Tuttavia, la struttura del sistema penitenziario non tiene conto delle specificità delle detenute, generando disuguaglianze nell’accesso ai servizi.

“Pur essendo una minoranza estrema, la detenzione femminile è concepita al maschile”, ha sottolineato Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. “Le donne sono relegate in sezioni separate all’interno di carceri maschili, il che significa difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali come studio, lavoro qualificato e assistenza sanitaria, che dovrebbe tener conto delle esigenze specifiche femminili”.

Bernardini ha poi evidenziato come in Italia esistano solo tre istituti esclusivamente femminili, tra cui il carcere di Rebibbia a Roma, il più grande d’Europa con quasi 400 detenute, ma afflitto da sovraffollamento. Ha inoltre raccontato la visita al carcere della Giudecca, considerato uno degli istituti più avanzati per le donne: “Nonostante la presenza di una lavanderia industriale e un piccolo appezzamento agricolo, solo una ventina di detenute lavorano in modo qualificato, mentre la maggioranza, spesso in condizioni di estrema povertà, deve affrontare il carcere senza alcun supporto concreto”.

Un aspetto particolarmente critico riguarda l’accesso ai beni di prima necessità, come gli assorbenti: “Alla Giudecca, dove le condizioni sono comunque migliori rispetto alle sezioni femminili nei carceri maschili, le donne devono comprarli con i propri soldi, che spesso non hanno. E se non possono permetterseli, viene detto loro di arrangiarsi. Questo è inaccettabile e rappresenta una diseducazione all’igiene in un contesto che dovrebbe garantire il massimo livello di tutela sanitaria”.

Durante l’incontro si è parlato anche della necessità di una riforma strutturale del sistema penitenziario, con un’attenzione specifica alla condizione delle donne recluse. “Bisogna portare alla luce questa realtà ancora troppo ignorata”, è stato detto dai promotori dell’evento.

Noi abbiamo pensato, insieme alla Fondazione del consiglio nazionale forense, di focalizzare l’attenzione sulla situazione delle detenute nelle carceri”:  ha aggiunto il presidente dell’ordine degli avvocati di Perugia Carlo Orlando.
“E’ vero che i numeri sono bassi e non sono quelli di cui parliamo quando si discute del sovraffollamento carcerario – ha detto Orlando -, però è anche vero che ci sono delle esigenze specifiche quando il detenuto è una donna.

Ci sono per esempio casi in cui le detenute si trovano negli istituti carcerari insieme ai figli, perché è giusto, quando è possibile, consentire che ci sia una possibilità di sviluppare anche il proprio percorso di madre. Il fatto che abbiano sbagliato e che stiano facendo un percorso, dicono di rieducazione, non significa che bisogna privarle anche di altri diritti”.
Per Orlando per parlare di carcere come rieducativo “manca tanto”. “Mancano i servizi – ha aggiunto -, manca soprattutto il dopo, perché spesso e volentieri quando si esce dalle carceri c’è il vero problema perché la società attorno non ti accetta gran che e quindi è frequente che chi è stato detenuto poi nelle case di reclusione ci ritorni”.

Sul tema della violenza di genere e delle tutele giuridiche per le donne, è intervenuto il procuratore della Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone, che ha commentato il nuovo disegno di legge sul reato di femminicidio, recentemente approvato dal Consiglio dei ministri. “Aspettiamo di conoscere il testo definitivo, ma ritengo positivo il riconoscimento specifico del reato”, ha dichiarato Cantone. Ha poi espresso “qualche perplessità” sulla norma che imporrebbe ai pubblici ministeri l’obbligo di ascoltare personalmente le vittime di violenza, senza delegare l’autorità giudiziaria: “Se fosse confermato, si rischierebbe di paralizzare le Procure”.

L’evento ha messo in evidenza le criticità del sistema carcerario femminile, sottolineando come la detenzione per le donne sia ancora pensata in un’ottica maschile, con disuguaglianze evidenti nell’accesso a servizi essenziali. I dati parlano chiaro: una minoranza dimenticata che necessita di un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni e della società civile.

L’obiettivo, come ribadito durante il convegno, è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e spingere per riforme che garantiscano una detenzione più equa e rispettosa dei diritti fondamentali delle donne recluse.

Redazione

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