Con la cultura non si mangia, ma i redditi crescono: Corciano batte Perugia

Nel Perugino i comuni a vocazione culturale come Corciano e Perugia hanno redditi più alti. Il confronto con il ternano nel report della Camera di commercio.

Nella provincia di Perugia, i comuni classificati a vocazione culturale registrano un reddito imponibile medio più alto rispetto al resto del territorio. Lo rivela un’elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria, realizzata per capire se cultura, patrimonio storico e paesaggio si traducano anche in un vantaggio economico misurabile. L’analisi, condotta sui redditi 2024, riguarda l’intera regione ma restituisce un quadro particolarmente netto proprio nel Perugino, dove il numero di comuni coinvolti è più alto rispetto al ternano.

Sono 31 su 59 i comuni della provincia di Perugia che rientrano nelle categorie del turismo culturale individuate dall’Istat nel 2019, classificazione che tiene conto di vocazione territoriale, patrimonio, caratteristiche geografiche e flussi turistici. In questi territori il reddito imponibile medio raggiunge 24.372 euro, contro i 22.455 euro degli altri 28 comuni della provincia: una differenza di 1.917 euro, pari all’8,5%. Il divario è leggermente inferiore rispetto a quello registrato nella provincia di Terni, dove tra i 10 comuni culturali e gli altri 23 la distanza sale al 10,3%, con valori rispettivamente di 24.005 e 21.773 euro.

Guardando ai singoli comuni, la situazione cambia sensibilmente. Su 41 territori culturali umbri complessivi, solo otto superano il reddito imponibile medio regionale, fissato a 23.857 euro, e la maggior parte si trova proprio nel Perugino: Corciano, Perugia, San Gemini, Torgiano e Todi. Al primo posto della graduatoria c’è Corciano con 26.751 euro, seguito dal capoluogo con 26.446 euro; entrambi superano anche la media nazionale di 24.893 euro e quella del Centro Italia, ferma a 25.656 euro. Solo Corciano, Perugia e San Gemini vanno oltre il dato italiano, mentre soltanto i primi due superano quello dell’area centrale del Paese.

Il quadro provinciale, tuttavia, va letto con cautela. Se dal calcolo regionale si escludono i tre comuni umbri più strutturati – Perugia, Terni e Foligno – il differenziale complessivo tra territori culturali e non scende dall’8,9% al 4,2%. Il dato conferma che parte del vantaggio economico è legato alla dimensione urbana più che alla sola presenza di patrimonio culturale, come sottolinea il report: i numeri “non dimostrano dunque che la cultura, da sola, produca redditi più elevati”, ma mostrano “un’associazione territoriale che merita attenzione”.

La dimensione demografica pesa in modo significativo sui risultati. Nei comuni culturali con non più di 5mila abitanti il reddito medio si ferma a 22.174 euro, per salire progressivamente fino a 25.446 euro nei tre centri umbri con oltre 50mila abitanti. Nella parte bassa della classifica compaiono soprattutto piccoli centri delle aree interne, come Monteleone di Spoleto, fermo a 17.111 euro.

A commentare i dati è Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di commercio dell’Umbria, secondo cui “la cultura diventa una risorsa economica quando riesce a generare impresa, lavoro e servizi, non soltanto visitatori”. Mencaroni evidenzia come il vantaggio dei comuni culturali “rimane positivo anche senza Perugia, Terni e Foligno”, segno che il fenomeno riguarda l’intero territorio regionale, incluse le aree meno strutturate del Perugino e del ternano.

Il confronto con il resto d’Italia colloca l’Umbria in una posizione di rilievo: il 44,6% dei comuni regionali rientra nelle categorie del turismo culturale, la quota più alta tra le regioni italiane, davanti a Toscana (43,6%) e Trentino-Alto Adige (35,4%).

Redazione

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