Tre dipendenti di una cooperativa perugina che gestisce servizi di riduzione del danno per tossicodipendenti saranno giudicati in tribunale a febbraio del prossimo anno con l’accusa di favoreggiamento personale. A firmare il decreto di citazione a giudizio è stato l’ex procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone, al termine di un’inchiesta condotta dalla Squadra Mobile del capoluogo umbro sul cosiddetto caso fentanyl, esploso nell’aprile del 2024.
Gli imputati sono la coordinatrice della cooperativa Borgorete, una 54enne originaria dell’Abruzzo, e due operatori della stessa struttura, un 42enne e un 45enne entrambi originari della Calabria. Secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Perugia, i tre avrebbero deliberatamente ostacolato le indagini tese a identificare sia la donna che aveva consegnato il campione di stupefacente per l’analisi, sia il pusher che le aveva ceduto la dose.
L’allerta nazionale e le indagini della Mobile
Tutto ebbe inizio quando la cooperativa Borgorete — che opera per conto della Usl 1 nell’ambito dei servizi territoriali di riduzione del danno — comunicò alle autorità che un’utente aveva consegnato una dose di eroina acquistata in strada nella quale era stata isolata la presenza di fentanyl, un potente oppioide sintetico responsabile di migliaia di morti negli Stati Uniti e progressivamente diffuso anche in Europa.
La segnalazione fece immediatamente scattare l’allerta nazionale di terzo grado del Dipartimento delle Politiche Antidroga, innescando un’operazione investigativa di ampio respiro. Gli agenti della Mobile si mossero anche attraverso attività sotto copertura nelle principali piazze di spaccio cittadine di Perugia, con l’obiettivo di individuare il canale di distribuzione della sostanza contaminata. Le ricerche, tuttavia, non produssero risultati concreti.
Le false informazioni e le intercettazioni
Dalle indagini emerse che il mancato esito delle ricerche non era del tutto casuale. Uno dei due operatori, secondo quanto accertato dagli inquirenti e in accordo con la responsabile della struttura, avrebbe fornito alla Squadra Mobile informazioni false e deliberatamente generiche, consegnando agli investigatori una scheda informativa diversa da quella originariamente compilata al momento della ricezione del campione di droga. Un’azione che avrebbe reso impossibile risalire all’identità dell’utente che aveva portato la sostanza.
Il ruolo del secondo operatore fu chiarito grazie alle intercettazioni telefoniche disposte su richiesta della procura: dalle conversazioni monitorate risultò che i due colleghi si erano accordati sulla versione da fornire agli inquirenti, costruendo una narrazione coordinata per depistare le indagini e impedire l’identificazione sia della donna sia dello spacciatore che le aveva venduto l’eroina contenente il fentanyl.
Il contesto: la cooperativa e il servizio pubblico
La cooperativa Borgorete svolge, per conto del servizio sanitario locale, un ruolo di primo piano nell’assistenza ai soggetti dipendenti da sostanze stupefacenti. Tra le sue attività figura proprio la raccolta e l’analisi di campioni di sostanze portati dagli utenti, un servizio pensato per prevenire overdose da droghe tagliate con principi attivi pericolosi. È proprio in questo contesto che si inserisce la vicenda giudiziaria: operatori pubblici accusati di aver tradito la funzione di presidio sanitario e di collaborazione con le forze dell’ordine che la struttura avrebbe dovuto garantire.
Il processo, fissato per febbraio 2026, rappresenta uno dei primi procedimenti penali in Italia direttamente riconducibili all’emergenza fentanyl e alla catena di responsabilità che ruota attorno alla diffusione della sostanza sul territorio nazionale.
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