La penalista Daniela Paccoi è indagata dalla Procura di Perugia con l’accusa di aver fatto da intermediaria tra le organizzazioni criminali albanesi e un suo assistito, Gianpaolo Coresi, arrestato nel gennaio del 2024 con 65 chili di cocaina occultati nel doppio fondo della sua automobile e nel controsoffitto della sua pizzeria di Foligno. Le ipotesi di reato contestate dal procuratore aggiunto Gennaro Iannarone, a chiusura delle indagini, sono gravi: concorso in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, induzione a rendere dichiarazioni mendaci e concorso in traffico di droga.
Ricevuto l’avviso di garanzia, l’avvocatessa ha reagito con fermezza, chiedendo immediatamente di essere ascoltata dagli inquirenti. “Le ipotesi a mio carico fanno rabbrividire”, ha dichiarato Paccoi, che si è chiusa nel suo studio insieme ai difensori Sandro Cannevale e Silvia Egidi per mettere a punto la strategia con cui intende smontare la ricostruzione accusatoria.
Al centro dell’indagine vi è un episodio specifico che la Procura ritiene cruciale: secondo gli inquirenti, la legale avrebbe collaborato con Coresi per orchestrare un finto sequestro di droga, con l’obiettivo di rafforzare la credibilità del suo assistito come collaboratore degli investigatori. Una mossa che, nell’ottica dell’accusa, avrebbe avuto il duplice scopo di proteggere Coresi e di depistare le indagini sull’organizzazione criminale di riferimento.
Il quadro accusatorio delineato dalla Procura di Perugia colloca quindi Daniela Paccoi in un ruolo attivo e consapevole all’interno di una rete criminale legata al traffico internazionale di cocaina. Non semplice difensore, dunque, ma — secondo l’ipotesi investigativa — soggetto funzionale agli interessi dei clan albanesi che gestivano i traffici illeciti di cui Coresi era parte.
L’arresto di quest’ultimo, avvenuto nel gennaio 2024, aveva già rappresentato un colpo significativo per l’attività investigativa: il quantitativo di stupefacente rinvenuto — sia nel vano nascosto dell’auto sia nel controsoffitto del locale di Foligno — aveva consentito di risalire a una filiera criminale strutturata. L’iscrizione nel registro degli indagati della sua avvocatessa ha ora ampliato il perimetro dell’inchiesta, aprendo un fronte inedito che coinvolge direttamente una professionista del foro.
Paccoi, che si descrive come travolta da accuse che definisce sconcertanti, ha scelto la strada della massima trasparenza istituzionale: presentarsi davanti ai magistrati senza attendere ulteriori sviluppi procedurali. I suoi legali stanno ora lavorando per confutare punto per punto la ricostruzione dell’accusa, in attesa che la Procura decida se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio.
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