Una nota avvocatessa di Perugia, Daniela Paccoi, è destinataria di un avviso di conclusione delle indagini emesso dalla procura del capoluogo umbro nell’ambito di un’inchiesta su un’importante organizzazione internazionale di traffico di stupefacenti. Le ipotesi di reato a suo carico sono gravi: concorso in associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, induzione a rendere dichiarazioni mendaci e concorso in traffico di droga. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Gennaro Iannarone, sono state condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria Gico della Guardia di Finanza di Perugia attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, comprese quelle effettuate all’interno del carcere di Capanne.
Il caso Coresi e il mandato difensivo
Tutto ruota attorno all’arresto, avvenuto nel gennaio dello scorso anno, di Gianpaolo Coresi, difeso proprio dall’avvocatessa Paccoi. L’uomo era stato fermato con 65 chilogrammi di cocaina nascosti nel doppiofondo della sua autovettura e all’interno della sua pizzeria di Foligno. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i vertici dell’organizzazione — operativi in Albania — avrebbero temuto che Coresi, una volta in carcere, potesse collaborare con la magistratura rivelando identità e struttura del sodalizio criminale.
Per scongiurare questo rischio, i capi albanesi dell’associazione avrebbero utilizzato la penalista come canale di comunicazione privilegiato: attraverso di lei sarebbero transitati messaggi dall’estero verso il detenuto, nonché denaro e promesse di un trattamento giudiziario più favorevole in cambio del silenzio.
Gli altri indagati nel fascicolo
Nel medesimo fascicolo risultano indagate altre due persone: un cittadino albanese, ritenuto dagli investigatori corriere e cassiere in Italia dell’organizzazione, e Matteo Coresi, fratello dell’arrestato Gianpaolo. A questi ultimi, insieme alla Paccoi, viene contestato un episodio particolarmente significativo sul piano investigativo.
Il finto ritrovamento di droga a Casenove
Per rafforzare la credibilità di una simulata collaborazione di Gianpaolo Coresi con le autorità, i tre indagati avrebbero orchestrato il trasporto di due chilogrammi di droga fino a un terreno di proprietà della famiglia Coresi, in località Casenove, nel comune di Foligno. Lo stupefacente sarebbe stato occultato all’interno di un pozzetto interrato, con l’obiettivo di far credere agli inquirenti che l’assistito stesse fornendo informazioni genuine.
Coresi avrebbe poi consegnato alla Guardia di Finanza una mappa dettagliata del nascondiglio, fingendo una disponibilità alla collaborazione che era, secondo l’accusa, del tutto artefatta. La droga era stata fatta arrivare appositamente dall’altra sponda dell’Adriatico per rendere più credibile la messinscena.
Le indagini: intercettazioni e sorveglianza in carcere
La ricostruzione delle attività illecite è stata resa possibile da una capillare attività di intercettazione telefonica e ambientale, estesa anche agli spazi interni del carcere di Capanne. Grazie a queste operazioni, il Gico della Guardia di Finanza di Perugia ha potuto documentare i flussi di comunicazione tra i vertici albanesi e il detenuto, passanti — secondo l’accusa — attraverso la figura della sua stessa difensore legale, alla quale i responsabili dell’organizzazione versavano regolarmente gli onorari professionali.
Il processo a Gianpaolo Coresi
Sul fronte giudiziario principale, Gianpaolo Coresi comparirà il 7 maggio davanti ai giudici per rispondere delle accuse legate al maxi sequestro di cocaina, con rito abbreviato. Il procedimento a carico della Paccoi e dei coniudagati si trova invece ancora nella fase delle indagini preliminari, con la notifica dell’avviso di conclusione che rappresenta il preludio all’eventuale richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura perugina.
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