Scontri di piazza e violenza minorile, Sottani: «Non chiamateli maranza»

Il procuratore generale di Perugia critica l'uso di etichette per identificare i giovani coinvolti nelle violenze e mette in guardia sui limiti del fermo preventivo per i minorenni. La prevenzione, sottolinea, deve partire dalla scuola, dalle famiglie e dai servizi sociali.

Il procuratore generale di Perugia Sergio Sottani interviene sulle violenze di piazza degli ultimi giorni, che hanno visto coinvolti anche minorenni, e invita a evitare semplificazioni nel racconto degli episodi. In particolare, contesta l’utilizzo del termine «maranza» per identificare alcuni dei giovani protagonisti degli scontri e manifesta forti perplessità sull’ipotesi di introdurre il fermo preventivo per i minorenni. In un’intervista all’ANSA, il magistrato richiama la necessità di distinguere le responsabilità individuali dalle condizioni sociali in cui maturano determinati comportamenti, indicando nella prevenzione educativa uno degli strumenti fondamentali per contrastare la violenza giovanile.

Sottani contro l’etichetta «maranza»: «Non è una categoria giuridica»

Uno dei punti sui quali insiste il procuratore generale riguarda il linguaggio utilizzato per descrivere i giovani coinvolti negli episodi di violenza.

«Provo fastidio per l’uso se non proprio l’abuso del termine. ‘Maranza’ non è una categoria giuridica», afferma Sottani, criticando la tendenza a ricondurre situazioni differenti a un’unica definizione.

Il rischio, secondo il magistrato, è quello di associare automaticamente determinati comportamenti, caratteristiche esteriori o condizioni sociali a una presunta pericolosità.

«Le categorie mediatiche rischiano di mettere insieme fenomeni profondamente diversi e di trasformare un’identità sociale in un indicatore di pericolosità. Lo Stato di diritto deve giudicare fatti e responsabilità individuali, non appartenenze, provenienze o modi di vestire».

Una posizione che trova riscontro anche nelle indicazioni già adottate dalla Procura generale di Perugia in materia di comunicazione istituzionale e rispetto delle persone coinvolte nelle indagini.

Nel decalogo approvato il 16 giugno, Sottani ha infatti stabilito che nei comunicati delle Procure umbre relativi a episodi di cronaca «è fatto divieto di indicare la nazionalità dell’indagato, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico».

Fermo preventivo per i minorenni, i dubbi del procuratore generale

L’altro tema affrontato da Sottani riguarda l’eventuale introduzione del fermo preventivo nei confronti dei minorenni, una misura sulla quale il magistrato esprime una valutazione critica.

Il provvedimento, a suo giudizio, «rischia di diventare l’ennesima espressione di un diritto dell’emergenza, che affronta una questione sociale prevalentemente come problema di ordine pubblico».

Questo non significa, precisa il procuratore generale, mettere in discussione la necessità di intervenire nei confronti di chi commette atti violenti.

«Sia chiaro: essere minorenni non significa essere autorizzati a fare del male né poter contare sull’impunità».

Sottani richiama però la funzione specifica della giustizia minorile, che deve tenere insieme l’accertamento delle responsabilità, le conseguenze delle condotte e le esigenze educative.

«Educare significa anche insegnare che esistono limiti e che ogni comportamento ha delle conseguenze. Ma proprio per questo dobbiamo evitare le scorciatoie. La risposta dello Stato deve essere ferma, ma restare coerente con la particolare funzione che l’ordinamento attribuisce alla giustizia minorile».

La distinzione centrale è quella tra un intervento capace di interrompere una situazione di pericolo e un’azione che possa realmente impedire il ripetersi degli episodi.

Il fermo preventivo, osserva, «può forse servire a fronteggiare nell’immediato una situazione critica, ma non confondiamo il contenimento con la prevenzione».

Giustizia minorile e carenza di strutture educative

Per il procuratore generale, la risposta penale da sola non è sufficiente a contrastare la violenza tra i giovani. Occorre intervenire anche sulle circostanze che favoriscono la comparsa e la ripetizione dei comportamenti devianti.

«Punire un ragazzo può essere necessario, ma ha senso soprattutto se, insieme alla sanzione, interveniamo sulle condizioni nelle quali quella condotta è maturata. Altrimenti reprimiamo il singolo episodio e lasciamo intatto tutto ciò che può produrne un altro».

Sottani richiama inoltre la situazione dei ragazzi che non hanno ancora compiuto quattordici anni, ricordando che l’assenza di responsabilità penale non equivale all’assenza di strumenti di tutela previsti dall’ordinamento.

Il problema riguarda piuttosto la possibilità di rendere concretamente applicabili le misure esistenti o quelle eventualmente introdotte.

«Possiamo prevedere misure sulla carta, ma se poi mancano comunità educative e, soprattutto, strutture terapeutiche adeguate, rischiamo di avere strumenti giuridici senza gli strumenti concreti per renderli efficaci».

La disponibilità di comunità educative e servizi terapeutici per i minori diventa quindi un elemento essenziale per affrontare situazioni nelle quali possono convivere comportamenti violenti, disagio sociale e necessità di assistenza specialistica.

Violenza giovanile, il ruolo della scuola e delle famiglie

Nell’analisi degli scontri di piazza, Sottani invita anche a considerare i fattori che possono contribuire alla diffusione della violenza tra gli adolescenti, senza trasformarli in giustificazioni per le condotte individuali.

«Marginalità sociale, abbandono scolastico, povertà educativa, assenza di adulti affidabili, consumo di sostanze e appartenenza a gruppi devianti non cancellano la responsabilità individuale. Ma ignorare questi fattori significa rinunciare a capire dove intervenire».

Il procuratore generale individua così diversi ambiti sui quali concentrare gli interventi: contrasto alla dispersione scolastica, sostegno alle famiglie, servizi sociali e luoghi di aggregazione giovanile.

L’obiettivo è riconoscere le situazioni di difficoltà prima che si traducano in comportamenti violenti o in episodi di rilevanza penale.

«La prevenzione vera comincia molto prima dell’intervento della polizia o del magistrato: nella famiglia, nella scuola, nei servizi sociali, nei luoghi di aggregazione, nella capacità di intercettare il disagio prima che diventi devianza».

È proprio sul momento dell’intervento che Sottani concentra una parte importante del suo ragionamento. L’azione delle forze dell’ordine e della magistratura arriva generalmente quando si è già verificato un episodio che richiede una risposta giudiziaria.

«Quando arriva il diritto penale, troppo spesso il danno è già avvenuto. La sfida è arrivare prima».

Redazione

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