L’agente che salvò gli ebrei perugini dalla morte: sala piena per il libro di Fabei a Perugia

Alla sala Santa Chiara la presentazione del volume a cura dell'associazione Italia-Israele di Perugia. La storia di un "miracolo" burocratico che non fu frutto del caso, ma di una rischiosa e coordinata strategia del silenzio e del ritardo.

L’atmosfera carica di attesa della Sala Santa Chiara, lo scorso 28 maggio, non era quella di una semplice presentazione editoriale. Tra le mura di via Tornetta si è consumato un atto di giustizia storiografica. Stefano Fabei, ricercatore dal rigore quasi chirurgico, ha presentato la sua ultima fatica: “Il Questore Scaminaci e l’agente di P.S. Baratta” (Futura Libri). Non un semplice saggio, ma un’indagine che scardina decenni di “vulgata” politica, restituendo alla cronaca del Novecento umbro un primato straordinario: nelle province di Perugia e Terni, durante l’occupazione nazista e la Repubblica Sociale Italiana, il numero di ebrei autoctoni deportati fu pari a zero. Un “miracolo” burocratico che non fu frutto del caso, ma di una rischiosa e coordinata strategia del silenzio e del ritardo.
All’incontro, organizzato in collaborazione con l’Associazione Italia-Israele Perugia, prenderà parte un autorevole panel di studiosi, magistrati ed esperti. Insieme all’autore, Stefano Fabei hanno preso parte Fabio Versiglioni (Futura Libri), Gianni Scipione Rossi (Presidente emerito della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice), Alberto Krachmalnicoff (Presidente dell’Associazione Italia-Israele Perugia); il magistrato Giuseppe Severini; la sociologa Mara Jogna Prat e lo storico Leonardo Varasano.

Il volume offre  una dettagliata ricostruzione storica basata su documenti inediti e testimonianze dirette. Al centro della ricerca, la straordinaria convergenza di azioni che vide protagonisti l’allora capo della Provincia Armando Rocchi, il questore vice-reggente stagionale Baldassarre Scaminaci e l’agente scelto di Pubblica Sicurezza Giuseppe Baratta. Tre figure istituzionali che, pur operando all’interno dell’apparato della Repubblica Sociale Italiana, sotto lo stretto controllo degli occupanti tedeschi, scelsero di boicottare le direttive antisemite di Salò.

Attraverso la falsificazione di documenti d’identità, il rilascio di lasciapassare temporanei, ritardi strategici nell’applicazione dei decreti di sequestro e soffiate tempestive sui rastrellamenti, questa rete silenziosa riuscì a sottrarre alla deportazione e a mettere in salvo decine di ebrei, sia italiani che stranieri, rifugiatisi o internati nella provincia di Perugia (tra cui nei campi di transito di Isola Maggiore e dello stesso capoluogo).

«Questo libro non vuole riabilitare acriticamente il ruolo di funzionari inseriti in un sistema oppressivo – sottolinea l’autore, Stefano Fabei – ma documentare rigorosamente come, in una Perugia drammaticamente sospesa tra l’occupazione nazista e l’avanzata alleata, la scelta morale del singolo abbia saputo inceppare la macchina dello sterminio, anteponendo il valore della vita umana agli ordini superiori».

Il volto luciferino del potere: il Prefetto Rocchi

Al centro di questa rete si staglia la figura complessa e quasi “luciferina” di Armando Rocchi, Capo della Provincia. Storico squadrista, combattente mutilato e amministratore inflessibile verso i renitenti alla leva e il movimento partigiano, Rocchi incarna il paradosso del funzionario che, pur servendo un regime oppressivo, scelse di inceppare la macchina dello sterminio.
I documenti d’archivio parlano chiaro: all’indomani dell’Ordinanza di polizia n. 5, che imponeva l’arresto immediato degli ebrei e il sequestro dei loro beni, Rocchi mise in atto un sabotaggio amministrativo. Ritardò l’applicazione del decreto di ben 60 ore, un tempo vitale che permise a decine di famiglie di dileguarsi. Non solo: mentì apertamente ai comandi tedeschi, dichiarando che non vi fossero più “beni disponibili” da sequestrare perché già esauriti, proteggendo così i patrimoni e le vite dei perseguitati. Per tenerli sotto la sua ala, li raggruppò inizialmente a Villa Igea e presso l’Istituto Magistrale, a pochi metri dalla Prefettura, sottraendoli al controllo diretto della Gestapo.

La burocrazia come scudo: Scaminaci e Baratta

Se Rocchi fu la mente politica, il Questore Baldassarre Scaminaci e l’agente Giuseppe Baratta furono le braccia operative di questa resistenza civile. Qui la ricerca di Fabei illumina un contrasto generazionale affascinante: Scaminaci (classe 1887) era un figlio dello Stato Liberale, un uomo delle istituzioni prestato al regime; Baratta (classe 1919) era invece un “figlio del fascismo”, cresciuto sotto le insegne del Littorio. Eppure, entrambi condivisero lo stesso imperativo etico: anteporre la vita umana alla legge ingiusta.
Scaminaci trasformò il confino all’Isola Maggiore in una forma di tutela mascherata. Scelse personalmente il personale di vigilanza, tra cui Baratta e l’agente Branca, per assicurarsi che gli ebrei non fossero trattati come prigionieri, ma come ospiti da proteggere. In quel microcosmo lacustre, gli internati divennero parte della comunità, con figure quasi poetiche come l’orologiaio ebreo che riparava i meccanismi di tutti gli isolani.

L’epica del Trasimeno e il silenzio dei remi

Il culmine del dramma si raggiunse nelle notti del 19 e 20 giugno 1944. Con i nazisti in ritirata lungo la linea del Trasimeno e la minaccia di rappresaglie imminenti, fu organizzata un’evacuazione audace. Sotto il coordinamento di Don Ottavio Posta (poi riconosciuto Giusto tra le Nazioni) e la guida operativa di Baratta, che arrivò a nascondere i perseguitati nella boscaglia dell’isola per giorni, i pescatori locali divennero eroi silenziosi.
Nel buio assoluto, solcando otto chilometri di specchio d’acqua verso Sant’Arcangelo di Magione, le barche a fondo piatto caricarono 35 vite umane. Il silenzio dei remi, rotto solo dai fragori della battaglia sulla linea del fronte, segnò il passaggio dalla prigionia alla libertà. Un atto di eroismo collettivo che Baratta non vantò mai, fedele al precetto di Bartali: “il bene si fa ma non si dice”.

Le “cartelle vuote” e la verità ritrovata

Il contributo più graffiante di Fabei riguarda però la critica alle manipolazioni del dopoguerra. Lo storico ha denunciato il fenomeno delle “fake news” d’epoca: formazioni come la Banda Santuccia o Macche o la brigata SIMAR, che si accreditarono meriti nel salvataggio degli ebrei per sfuggire all’epurazione. L’indagine di Fabei, condotta sui fogli matricolari, rivela una verità scomoda: molti dei presunti “liberatori” erano in realtà guardie repubblicine o ausiliari della RSI che cercarono una verginità politica a posteriori.
La prova regina risiede in un dettaglio inquietante scoperto all’Archivio di Stato di Perugia: le “cartelle vuote”. Documenti sistematicamente trafugati o distrutti nel dopoguerra per occultare il passato di chi, all’Isola Maggiore, aveva servito il regime prima di improvvisarsi partigiano.

Un’eredità di giustizia

Restituire oggi la dignità a figure come Baldassarre Scaminaci — che finì i suoi giorni in povertà, pensionato a metà stipendio e ignorato dallo Stato che aveva onorato — è il compito dello storico serio. La vicenda di Perugia insegna che la coscienza individuale può inceppare il male sistemico. Tra i documenti insanguinati dei processi e le acque calme del Trasimeno, emerge una lezione imperitura: la responsabilità morale di pensare con la propria testa rimane l’unica vera difesa contro ogni totalitarismo.
Redazione

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