Ilaria, testimone viva di un’Italia senza confini

Ilaria Solazzo, un ponte culturale tra Puglia e Umbria.

Ilaria Solazzo

C’è un filo sottile, ma tenace che unisce la Puglia all’Umbria. Un legame fatto di tradizioni, spiritualità e storie personali che si intrecciano nel tempo. Per Ilaria Solazzo, pugliese di nascita, questo legame non è soltanto simbolico, ma profondamente vissuto e coltivato negli anni attraverso relazioni, esperienze e progetti culturali.

Come molti suoi amici e conoscenti, anche lei guarda all’Umbria come a una seconda casa. Non è un caso che diversi pugliesi abbiano scelto di stabilirsi proprio in questa regione, trovando un equilibrio di vita appagante. Tra questi, nomi come Domenico Carpagnano, Davide Cisternino, Luca Cisternino e Ornella Spagnulo, testimoniano una presenza pugliese viva e integrata nel tessuto umbro.

A fare da ponte tra queste due terre, da sempre, è anche la figura di San Michele Arcangelo, simbolo spirituale condiviso e profondamente radicato nella devozione popolare di entrambe le regioni. Ma per Ilaria Solazzo il legame con l’Umbria va ben oltre la dimensione religiosa o geografica.

Nella sua storia personale, infatti, l’Umbria rappresenta un luogo familiare in senso pieno: qui vivono parenti stabilitisi da oltre trent’anni, così come amici di lunga data dei suoi genitori. Un intreccio di affetti che ha contribuito a costruire nel tempo una relazione autentica, fatta di ritorni, incontri e radici condivise.

Questo rapporto si riflette anche nella sua produzione artistica. Ilaria Solazzo ha dedicato numerose poesie all’Umbria, raccontandone l’anima silenziosa, i paesaggi interiori e la bellezza discreta. Parallelamente, ha sviluppato diversi progetti artistici e culturali che vedono la regione protagonista, contribuendo a valorizzarne il patrimonio umano e creativo.

Un ruolo centrale nel suo percorso è rappresentato dall’attività di intervistatrice, attraverso la quale ha dato voce a numerosi protagonisti del panorama culturale umbro. Tra questi si possono citare Marco Pareti, Paolo Angelucci, Angelo Angelucci, Manuele Fiori, Gioia Buratti, Nicola Bovini, Mauro Francia, Enrico Tribbioli, Paola Biadetti e Olena Romanko. Un elenco che, come lei stessa sottolinea, è solo parziale rispetto a una rete molto più ampia di incontri e collaborazioni.

Attraverso queste interviste, Solazzo non si limita a raccontare singole esperienze, ma costruisce un mosaico culturale che restituisce la vivacità e la profondità del territorio umbro. Il suo lavoro si configura così come un autentico ponte tra comunità, capace di unire storie, sensibilità e visioni diverse.

In un’epoca in cui i confini geografici sembrano sempre più sfumati, la sua testimonianza dimostra come siano spesso le relazioni umane, più ancora dei luoghi, a creare appartenenza. E tra la luce del Sud e la quiete dell’Umbria, Ilaria Solazzo continua a tessere un dialogo fatto di memoria, arte e identità condivisa.

Abbiamo scelto di intervistare Ilaria Solazzo perché, con la sua semplicità e il suo sguardo autentico, riesce da sempre a raccontare e valorizzare una terra che non le appartiene di nascita, ma che ha saputo fare sua con amore sincero.

Intervista a Ilaria – Tra bellezza, memoria e visioni culturali.

Il suo recente viaggio in Umbria sembra aver lasciato un segno profondo. Partiamo da Foligno: che tipo di esperienza è stata per Lei partecipare a una fiera del libro in un contesto così ricco di storia?
Foligno è stata per me una scoperta sorprendente. Non solo per la vivacità culturale legata alla fiera, ma per l’atmosfera che si respira tra le sue vie. Ho avuto la fortuna di viverla accanto a Linda Lucidi, che mi ha guidata con sensibilità e competenza. Non è stata una semplice visita: è stato un dialogo continuo tra arte, architettura e relazioni umane. Ho percepito una città capace di accogliere senza ostentare, di raccontarsi con eleganza.

Durante i suoi soggiorni in Terra Umbra ha visitato anche Scheggino. Da donna del Sud, abituata alla luce intensa e agli spazi aperti, cosa ha trovato in questo borgo?
Ho trovato una dimensione completamente diversa, ma incredibilmente affine alla mia sensibilità. Scheggino è un luogo che non ha bisogno di stupire con effetti speciali. La sua forza sta nella misura, nella discrezione. I suoi vicoli, le pietre, i silenzi… tutto invita a un ascolto più profondo. È una bellezza che non si impone, ma si rivela poco alla volta, come una confidenza.

Il borgo è attraversato dal Fiume Nera. Che ruolo ha avuto questo elemento naturale nella sua esperienza?
Il Nera è stato il filo conduttore emotivo di un mio viaggio avvenuto nel 2024. Il suo scorrere costante, il suono dell’acqua, la limpidezza… tutto contribuisce a creare una sensazione di armonia rara. Camminare lungo le sue rive è stato come riconnettersi a un ritmo più autentico, lontano dalla frenesia quotidiana. È una presenza viva, che accompagna e rassicura.

L’Umbria è anche terra di eccellenze gastronomiche. Ha avuto modo – gradatamente – di scoprirle?
Certamente. Il tartufo, in particolare, mi ha colpita non solo per il suo sapore, ma per ciò che rappresenta. È il simbolo di una tradizione che affonda le radici nel tempo, fatta di intuizioni, di lavoro e di rispetto per la natura. Dietro ogni prodotto c’è una storia, e questo lo rende ancora più prezioso.

C’è un luogo meno noto che l’ha emozionata in modo particolare?
Sì, la Chiesa della Madonna delle Scentelle. È un luogo intimo, quasi nascosto, immerso nella natura. Lì il silenzio diventa protagonista. È uno spazio che invita alla riflessione, al raccoglimento. Non è solo un luogo da visitare, ma da vivere interiormente.

Il suo percorso è fortemente legato all’arte. Tra gli incontri più significativi, chi sente di voler citare?
Sicuramente C. L. Grugher. È una figura che stimo profondamente. La sua capacità di creare opere che lasciano spazio all’interpretazione personale è qualcosa di raro. Non impone mai un messaggio, ma stimola una riflessione autentica. È un artista che dialoga con il pubblico, non lo guida.

Lei ha spesso espresso il suo amore per la street art. Cosa rappresenta per Lei il lavoro di David Pompili?
Rappresenta un esempio concreto di come l’arte possa trasformare lo spazio urbano. A Narni Scalo, i suoi murales dedicati al cinema hanno dato vita a un percorso culturale accessibile a tutti. È un’arte che non si limita a decorare, ma che educa, coinvolge, racconta. È rigenerazione, nel senso più profondo.

Lei è anche una “costruttrice di ponti” tra autori e pubblico. Ci racconta questa sua attività?
È qualcosa che nasce spontaneamente. Credo molto nella condivisione e nella valorizzazione dei talenti. Con Alberto Raffaelli collaboro proprio in questa direzione: segnalare autori, creare occasioni di visibilità, dare voce a chi ha qualcosa da raccontare. È un lavoro silenzioso, ma estremamente gratificante.

Tra le sue interviste, quali l’hanno arricchita maggiormente sul piano umano?
Due in particolare: quella con Marina Palazzetti, una donna di straordinaria profondità intellettuale, e quella con Stefania Rosichetti, artista sensibile e autentica. In entrambi i casi ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a persone capaci di lasciare un segno, non solo artistico ma umano.

La primavera spesso riporta alla luce ricordi importanti. Ce n’è uno che sente di condividere?
Il pensiero va a Daniela Paiella. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto profondo, ma anche una grande eredità emotiva. Il suo ultimo libro è un atto d’amore verso la vita e verso gli altri. La frase “L’amore è l’unico colore della rinascita” racchiude perfettamente il suo messaggio. È qualcosa che porto con me.

Come nasce il suo ‘legame’ con Nartico e cosa rappresenta per Lei la sua musica?
Nartico è arrivato in un momento in cui avevo bisogno di qualcosa che mi parlasse davvero. La sua musica ha una profondità e una sensibilità che riescono a toccare corde intime, senza mai essere forzate. Mi piace perché è autentica, proprio come i luoghi dell’Umbria che amo: avvolge piano, ma resta dentro per sempre.

Cosa sta leggendo in questo periodo?
Ho sulla scrivania diversi libri, tra cui quelli di Claudia Fofi, Gabriella Fusi e Lorella Marini. Tre voci diverse, tre modi di raccontare il mondo. È proprio questa varietà che rende la lettura un viaggio continuo.

C’è un’opera recente che l’ha particolarmente colpita?
Sì, I monaci del Tibet di Mauro Ottaviani. È un’opera straordinaria, realizzata con tecniche non convenzionali come ago e filo. Due anni di lavoro per un risultato che va oltre l’estetica: è meditazione, pazienza, dedizione. È arte nel senso più puro.

Tra le persone che ha incontrato, chi incarna meglio l’unione tra professione e arte?
Direi Marco Battistelli. È un medico di grande valore, ma anche una persona dotata di sensibilità artistica. Ciò che lo distingue è l’umiltà, unita a una naturalezza che rende tutto più autentico.

Se dovesse riassumere questo viaggio in una sola parola?
Connessione. Con i luoghi, con le persone, ma soprattutto con quella parte di noi che spesso dimentichiamo di ascoltare.

In fondo, sono proprio le persone come Ilaria a raccontare l’essenza più autentica di un luogo: non serve nascervi per amarlo profondamente, basta saperlo guardare con occhi sinceri. Nel suo modo semplice e spontaneo di vivere la nostra Regione, la giornalista Solazzo, diventa un ponte tra identità diverse, un esempio concreto di come la bellezza non abbia confini ma solo cuori pronti ad accoglierla. Così, ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo si trasforma in una testimonianza viva di un’Italia che, da nord a sud, non smette mai di incantare — perché, in fondo, tutta l’Italia è casa per chi sa amarla davvero.

Redazione

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