Amanda Knox, la prima intervista italiana 20 anni dopo: “Omicidio Kercher soltanto colpa di Guede”

Ospite di Silvia Toffanin, Knox ripercorre l’omicidio del 2007, la condanna poi annullata e il rapporto con l’Italia, tornando a parlare di Rudy Guede

Amanda Knox è tornata in una trasmissione televisiva italiana a quasi vent’anni dall’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia il 1° novembre 2007. Ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, Knox ha ripercorso la vicenda giudiziaria che l’ha coinvolta, ribadendo la propria estraneità al delitto e tornando a parlare di Rudy Guede, condannato in via definitiva per l’omicidio.

Nel corso dell’intervista ha affrontato anche l’accusa inizialmente rivolta a Patrick Lumumba, gli interrogatori, il carcere, il rapporto con Raffaele Sollecito e il ritorno in Italia. Ha inoltre ricordato Meredith e spiegato come oggi cerchi di recuperare una memoria della giovane al di là della tragedia.

Sul caso Guede, Knox ha dichiarato: “La sua responsabilità è ovvia, tutte le prove materiali puntano contro di lui, aveva dei precedenti, tutto il DNA sulla scena era suo”.

Ha poi aggiunto: “La cosa che mi dà fastidio è che nessuno ricorda il suo nome quando si pensa a questo caso. Lui è l’unico colpevole, anche se è stato condannato in concorso, ma è una cosa tecnica che nessuno spiega. Noi siamo stati assolti, lui è il solo colpevole”.

La posizione di Knox sulla notte dell’omicidio

Amanda Knox ha ribadito di non essere stata nell’abitazione quando Meredith Kercher venne uccisa.

“Davvero io non sono stata in casa quando è successo questo omicidio, non sapevo niente”, ha dichiarato durante l’intervista.

Knox ha parlato anche dell’ultima sentenza, spiegando di essere stata sollevata dall’assenza del rischio di una nuova detenzione, ma di non considerare conclusa la propria ricerca di giustizia.

“Ero sollevata che non c’era più il pericolo di essere rimessa in carcere, che le persone hanno percepito che io non avevo a che fare con la morte di Meredith, ma l’ultimo verdetto lascia a desiderare. Dice che forse io ero in casa quando è successo tutto quanto. Ma io non c’ero”.

“E quindi no, non ero soddisfatta. Ecco perché continuo a cercare la giustizia”, ha aggiunto.

La vicenda giudiziaria ha avuto diversi passaggi e si è conclusa con l’assoluzione definitiva di Knox e Raffaele Sollecito. Nella ricostruzione della propria esperienza, l’americana ha però sottolineato quanto sia rimasto complesso il rapporto con il Paese nel quale si trovava quando venne uccisa Meredith.

“Ho un rapporto complesso con tutta l’Italia, ma io vengo perché voglio avere nuovi ricordi”.

Il ricordo di Meredith Kercher

Parlando della studentessa britannica, Knox si è commossa davanti a Silvia Toffanin.

“Mi fanno piangere tutti i ricordi, io ero una ragazzina, e anche Meredith lo era. Quello che è successo è stato un vero incubo per noi, per le nostre famiglie”.

Knox ha ricordato alcuni momenti della vita quotidiana trascorsa insieme a Meredith: “Ricordo che Meredith chiamava sua madre ogni giorno, si prendeva cura di me, io ero più ingenua e disinibita”.

Nel suo racconto ha poi attribuito la responsabilità dell’aggressione a un uomo che, secondo la sua ricostruzione, entrò nell’abitazione approfittando dell’assenza di altre persone.

“Un uomo si è sentito il diritto di entrare in casa nostra e di sfruttare il fatto che lei era sola e non poteva difendersi”.

La mattina del 1° novembre 2007

Knox ha ripercorso anche le ore in cui venne scoperto il delitto, partendo dal momento in cui si recò nell’abitazione.

“Ricordo la porta aperta, c’erano cose che non andavano, non ho pensato subito al peggio, e quando sono uscita da casa sono andata da Raffaele pensando: sono io paranoica”.

Ha raccontato di avere chiesto a Raffaele Sollecito di accompagnarla nuovamente a casa e di avere notato con lui la finestra rotta. Successivamente venne chiamata la polizia.

“Gli ho chiesto di tornare con me, abbiamo visto la finestra rotta, poi abbiamo chiamato la polizia. E’ arrivata la polizia, la coinquilina, gli amici, loro hanno buttato giù la porta”.

Knox ha spiegato di non avere visto direttamente la scena del delitto e di essere rimasta sotto shock.

“Io non ho visto la scena, loro gridavano, non parlavo italiano allora, quindi in quel momento ero sconvolta, più che altro ero sotto shock, non capivo quello che mi dicevano, ma avevo bisogno di conforto e Raffaele mi abbracciava, e lì è iniziato il mio incubo”.

Gli interrogatori e il caso Patrick Lumumba

Tra i passaggi più delicati dell’intervista c’è stato quello dedicato all’accusa inizialmente rivolta a Patrick Lumumba, poi ritrattata da Knox.

L’americana ha raccontato di essere stata interrogata per diversi giorni e ha descritto una situazione di crescente pressione.

“Erano già giorni che io rispondevo alle domande dei poliziotti, loro mi dicevano che ero la testimone più importante, mi ha fatto impressione che avevano bisogno di me, io restavo perché volevo aiutare”.

Secondo il suo racconto, durante gli interrogatori le sarebbe stato detto che aveva subito un trauma e che la sua mente avrebbe cancellato alcuni ricordi.

“Poi mi hanno fatto tornare in questura e mi hanno detto delle bugie, e mi hanno detto che avevo vissuto un trauma, che la mia mente aveva cancellato il ricordo e dovevo sforzarmi di ricordare, e sotto quella pressione, durante tutta la notte, ho provato a obbedire”.

Sul riferimento a Lumumba ha spiegato: “Il nome di Patrick è uscito perché c’era un suo messaggio che loro hanno frainteso, mi dicevano che avevo visto Patrick”.

Knox ha quindi descritto le proprie condizioni durante l’interrogatorio: “Io ero confusa e stanca, non riuscivo a lottare più con loro, e ho firmato quello che hanno scritto, e mi hanno mandato in prigione”.

Ha aggiunto: “Non sapevo nemmeno che stavo in prigione, mi hanno detto che lì sarei stata protetta”.

Il rapporto con Patrick Lumumba

Knox ha parlato anche delle conseguenze che la vicenda ebbe su Patrick Lumumba, definendolo una vittima insieme a lei e Raffaele.

“Patrick ha perso tanto e non doveva succedergli”.

Ha raccontato di avergli chiesto scusa, sia in aula sia successivamente per iscritto: “Sì, in aula e poi gli ho scritto. Per lui non bastano le mie scuse, lui dice che è colpa mia”.

Knox ha inoltre riferito che anche Raffaele Sollecito modificò la propria versione durante quella fase: “Anche lui sotto pressione”.

Gli anni in carcere e il pensiero del suicidio

Nel corso dell’intervista Knox ha raccontato anche la propria esperienza in carcere.

“I primi due anni mi sembrava di vivere la vita di qualcun altro, leggevo, studiavo, aspettavo di tornare a casa. Sono stata in isolamento per 8 mesi. Stavo così sola che dovevo cantare per non sentirmi sola”.

Dopo la prima condanna, ha raccontato di avere attraversato un momento particolarmente difficile.

“Dopo il verdetto ho pensato che la mia vita non valeva la pena di essere vissuta, e poi ho deciso che la mia vita non apparteneva solo a me, e ho deciso che dovevo vivere. E quindi ho fatto un pezzo giorno dopo giorno, ho scritto lettere, ho fatto addominali”.

Aveva 22 anni quando arrivò la condanna: “Avevo 22 anni quando mi hanno condannata e mi dovevo rendere conto che la vita non sarebbe stata come avevo sempre sognato. Io non avrei mai potuto essere madre con quella condanna. Alla fine sono stata molto fortunata a uscire”.

L’assoluzione e il ritorno negli Stati Uniti

Knox ha ricordato anche il momento dell’assoluzione in appello nel 2011.

“Io ho pianto così senza freno che gli agenti che erano con me pensavano che io avessi frainteso il verdetto, e provavano a spiegarmelo”.

Il ritorno negli Stati Uniti non significò però un immediato ritorno alla normalità.

“Tornare in USA era quello che avevo sognato in tutto quel tempo, ma non sono potuta tornare a casa mia perché era pieno di TV. Siamo andati a casa di mia zia”.

Ha raccontato di avere poi cercato di sottrarsi all’attenzione pubblica: “Ho tagliato i capelli, messo gli occhiali, e ho provato a nascondermi, ma nonostante l’assoluzione definitiva, per tanta gente io sarei sempre rimasta la ragazza accusata di omicidio”.

Il ritorno a Perugia e il rapporto con Sollecito

Knox ha raccontato di essere tornata anche a Perugia e di avere incontrato nuovamente Raffaele Sollecito.

“Non ci vediamo tanto, ma ci sentiamo, eravamo molto uniti, anche se ci siamo conosciuti solo 5 giorni prima dell’omicidio, ci vogliamo bene ancora, siamo sopravvissuti a una cosa insieme, ma abbiamo vite diverse”.

Ha poi spiegato di essere tornata a vedere anche la casa legata alla vicenda.

“Sì, sono tornata anche a vedere la casa, ho visto il pm Mignini. Io sono stata strappata così violentemente da quel momento, che volevo onorare quella vita, per questo sono tornata lì per dire finalmente addio a quella vita che Meredith e io avevamo insieme”.

Sul modo in cui desidera ricordare Meredith, ha detto: “Io voglio ricordarla per le cose semplici, quando lei si metteva a leggere un giallo sul terrazzo, e io suonavo la chitarra vicino a lei”.

Lo spettacolo e la nuova vita di Amanda Knox

Durante l’intervista Knox ha affrontato anche le polemiche legate al suo recente spettacolo di stand-up comedy, criticato dalla famiglia di Meredith.

“Mi è molto dispiaciuto. Loro hanno perso una figlia e sorella nel modo più atroce, quindi saranno per sempre feriti, e io lo capisco, mi spiace però perché sono arrabbiati con la persona sbagliata”.

Ha quindi spiegato il significato che attribuisce al proprio spettacolo: “Il mio spettacolo non fa ridere su un omicidio, e l’idea che il mio messaggio sia di normalizzare la violenza contro le donne è falso”.

Oggi Knox è sposata e madre. Nel corso dell’intervista ha riconosciuto al marito Chris un ruolo importante nella propria vita.

“Io non sarei qui se non fosse per Chris. Quando lui mi ha trovata, cercavo di sparire, e lui mi incoraggiava a difendermi e ad alzare la mia voce”.

Redazione

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