Giovanni Tonti e Rasiglia: quando l’amore per un luogo diventa un progetto di vita

Tra architettura, arte, design e memoria: il percorso di un professionista profondamente legato al borgo umbro e alla sua rinascita

Giovanni Tonti

Ci sono luoghi che non si limitano a essere abitati: entrano nella memoria, diventano identità, ispirazione, responsabilità. Per Giovanni Tonti, architetto, artista e designer, Rasiglia rappresenta esattamente questo. Un luogo dell’anima e delle radici familiari, ma anche un laboratorio nel quale architettura, arte, natura e cultura hanno trovato un punto d’incontro.

Nato a Sellano, Tonti ha costruito nel tempo un percorso professionale caratterizzato da una pluralità di interessi: dalla progettazione architettonica e urbanistica all’arte, fino al design. Ma è proprio Rasiglia, piccolo borgo della Valle del Menotre celebre per i suoi corsi d’acqua e per la sua tradizione tessile, ad assumere un ruolo centrale nella sua esperienza.

Il rapporto con il borgo affonda le proprie radici nell’infanzia e nella storia della famiglia. Insieme al fratello Maurizio, anch’egli architetto, Giovanni Tonti ha contribuito al recupero di edifici e degli elementi caratteristici del tessuto urbano di Rasiglia, lavorando sulla valorizzazione architettonica ed estetica di un patrimonio fortemente legato all’acqua e alla memoria produttiva del territorio.

Tra gli interventi più significativi vi è il recupero dell’Ex Lanificio Accorimboni, edificio storico che Tonti ha riportato a nuova vita trasformandolo in uno spazio capace di dialogare con il paesaggio e con la storia del borgo. Il progetto non si è limitato alla conservazione della memoria: l’antico lanificio è diventato anche un luogo dedicato all’arte, all’artigianato e alla ricerca stilistica, con l’ambizione di riportare a Rasiglia una tradizione tessile profondamente radicata nella sua storia.

È proprio dall’incontro tra architettura e natura che nasce una delle cifre distintive della ricerca di Tonti. Le forme dell’acqua, la vegetazione, le geometrie del paesaggio e le suggestioni del borgo diventano elementi da osservare, reinterpretare e trasformare in linguaggi contemporanei. Una sensibilità che si ritrova anche nella sua attività artistica e nelle collezioni di foulard e sciarpe in seta e cashmere disegnate a Rasiglia.

Il suo lavoro dimostra così come la valorizzazione di un territorio possa passare anche attraverso la creatività. Non soltanto recuperare ciò che il tempo ha lasciato, dunque, ma restituirgli una funzione, un significato e una nuova capacità di raccontarsi.

Particolarmente interessante è anche il progetto de “Il Fuso di Rasiglia”, installazione realizzata nel 2015 e pensata come elemento simbolico capace di rappresentare il senso di partecipazione e coesione della comunità. Un’opera nella quale design, architettura e dimensione collettiva si incontrano, traducendo in una forma contemporanea il legame tra gli abitanti e il proprio borgo.

Il percorso di Tonti si è inoltre sviluppato verso una concezione dell’arte intesa come strumento di dialogo. La sua ricerca sulle cosiddette “sculture partecipate” e le iniziative interdisciplinari realizzate a Rasiglia hanno contribuito a costruire un rapporto tra arte, scienza, architettura e comunità. Tra queste esperienze viene ricordata anche “Arte e Connettoma”, exhibition conference nata dall’incontro tra linguaggi differenti e dalla volontà di trasformare Rasiglia in un luogo di sperimentazione culturale.

In questo percorso emerge un’idea di architettura che supera il concetto di semplice progettazione degli spazi. Per Tonti, progettare significa ascoltare il luogo, comprenderne la storia e stabilire un rapporto rispettoso con ciò che lo circonda. Rasiglia diventa così una sorta di tela sulla quale intervenire senza cancellare le tracce del passato.

Ed è forse proprio questa la peculiarità più interessante della sua esperienza: aver trasformato un legame personale con un piccolo borgo umbro in una visione professionale e culturale più ampia. L’architettura diventa memoria, il design diventa racconto, l’arte diventa strumento di partecipazione e il territorio diventa fonte inesauribile di ispirazione.

Nel caso di Giovanni Tonti, Rasiglia non è soltanto il luogo da recuperare o valorizzare. È una parte della propria storia alla quale restituire futuro. Un futuro nel quale la tradizione non viene musealizzata, ma reinterpretata attraverso forme nuove, capaci di parlare al presente senza perdere la voce del passato.

Ed è proprio in questa capacità di tenere insieme radici e contemporaneità, memoria e innovazione, architettura e arte che si trova il senso più autentico del percorso di Giovanni Tonti: quello di un professionista che ha scelto di fare del proprio legame con Rasiglia non soltanto una testimonianza affettiva, ma una concreta esperienza di valorizzazione culturale e territoriale.

Giovanni Tonti

Giovanni Tonti: «l’architettura deve restituire identità ai luoghi»

Intervista all’architetto che ha fatto dell’Umbria un laboratorio di architettura, arte, memoria e innovazione.

Architetto Tonti, il suo nome è profondamente legato a Rasiglia. Qual è l’origine di questo rapporto?

Il mio rapporto con Rasiglia nasce innanzitutto da una dimensione familiare e affettiva. È il luogo della mia infanzia, delle mie radici e della memoria di mio padre. Con mio fratello Maurizio abbiamo progressivamente maturato l’idea che quel patrimonio non dovesse essere semplicemente conservato come testimonianza del passato, ma potesse diventare il punto di partenza per una nuova prospettiva. L’architettura, in questo senso, ha rappresentato uno strumento per restituire identità, dignità e possibilità a un luogo che rischiava di essere marginalizzato.

Possiamo parlare di rigenerazione urbana e territoriale?

Certamente, purché il termine “rigenerazione” venga interpretato nella sua accezione più ampia. Non si tratta esclusivamente di recuperare edifici o spazi pubblici, bensì di ricostituire una relazione organica tra patrimonio architettonico, ambiente, comunità e attività produttive. Rasiglia, ad esempio, possiede una straordinaria peculiarità: l’acqua, l’architettura e la memoria industriale costituiscono un sistema unitario. Intervenire su uno solo di questi elementi avrebbe significato perdere la complessità del luogo. Il progetto doveva quindi essere necessariamente sistemico.

A chi si deve la rinascita di Rasiglia?

A Umberto Nazzareno Tonti, uno dei protagonisti principali della guida di Rasiglia… Ex presidente dell’associazione e tutto lo staff capitanato dalla Milena Martini e Alvaro Cesarini.

Ed oggi?

Oggi l’attuale Presidente Cesarini Carlo sta svolgendo con encomio un lavoro eccellente.

Quanto è importante, per un architetto, confrontarsi con la Storia?

È fondamentale. La Storia non deve essere percepita come un vincolo che impedisce l’innovazione, ma come una conoscenza indispensabile per progettare consapevolmente il futuro. Un intervento contemporaneo di qualità nasce dalla capacità di comprendere ciò che esiste, riconoscerne i valori e introdurre nuovi elementi senza compromettere l’identità originaria. A Rasiglia tutti insieme abbiamo cercato proprio questo equilibrio: conservare la memoria introducendo nuove funzioni e nuove possibilità.

Uno degli interventi più significativi è il recupero dell’Ex Lanificio Accorimboni. Quale valore attribuisce a questo progetto?

L’Ex Lanificio Accorimboni rappresenta per me un esempio particolarmente significativo di come l’archeologia industriale possa diventare materia viva. Era un luogo profondamente connesso alla storia produttiva di Rasiglia e alla lavorazione della lana. Recuperarlo significava quindi non soltanto intervenire su un edificio, ma riattivare una memoria collettiva. Oggi quello spazio ospita attività artistiche, culturali e creative e mantiene un rapporto diretto con il paesaggio e con l’identità del borgo.
Ad esempio la figlia di Milena Martini, la Dottoressa Cesarini Mariapalma ha organizzato manifestazioni di altissimo livello culturale. Ospitando nella sede del lanificio dibattiti, convegni, eventi di rilievo nazionale e internazionale.

Nel suo lavoro architettura, arte e design sembrano dialogare continuamente. Perché ritiene importante superare la separazione tra discipline?

Perché la contemporaneità richiede una visione interdisciplinare. Architettura, arte e design possiedono linguaggi differenti, ma condividono una medesima tensione verso la conoscenza e la trasformazione della realtà. L’architettura organizza lo spazio, l’arte interpreta il mondo e il design mette in relazione forma, funzione e materia. Quando questi linguaggi dialogano, possono produrre una conoscenza più complessa e, soprattutto, una maggiore capacità di interpretare i luoghi.

Lei ha promosso anche iniziative nelle quali arte e scienza entrano in relazione. Qual è il significato culturale di queste esperienze?

Ritengo che il dialogo tra arte e scienza sia una delle modalità più interessanti per interpretare la complessità del nostro tempo. Le Exhibition Conference organizzate a Rasiglia sono nate proprio da questa convinzione. Attraverso il confronto tra artisti, architetti, studiosi e ricercatori abbiamo cercato di costruire uno spazio nel quale discipline apparentemente lontane potessero incontrarsi.

Tra le opere di design compare anche il “Fuso di Rasiglia”. Quale valore simbolico attribuisce all’opera di suo fratello?

Il fuso richiama immediatamente la tradizione tessile del borgo, ma il suo significato va oltre la semplice citazione storica. Il filo rappresenta una connessione: tra passato e presente, tra individuo e collettività, tra generazioni. La partecipazione della comunità alla realizzazione dell’opera rappresenta, inoltre, una precisa scelta culturale: l’arte può diventare uno strumento di appartenenza e di condivisione.

Da chi è stato finanziato?

Realizzato dall’Associazione “Rasiglia e le sue sorgenti”, con il prezioso coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini nelle successive fasi di montaggio.

In una società caratterizzata da una crescente standardizzazione dei luoghi, come si difende l’identità di un borgo come il vostro?

Attraverso la conoscenza. Un territorio non può essere valorizzato se prima non viene compreso. Il rischio maggiore è trasformare i borghi in semplici scenografie turistiche, privandoli della loro autenticità. La vera valorizzazione deve invece partire dalle peculiarità locali: la storia, i materiali, le tradizioni produttive, il paesaggio e soprattutto le persone. Soltanto così il turismo può diventare una conseguenza della qualità del luogo e non la sua ragione esclusiva.

Qual è, secondo Lei, la responsabilità dell’architetto nella società contemporanea?

L’architetto possiede una responsabilità culturale prima ancora che professionale. Progettare significa intervenire sulla vita delle persone e sulla memoria dei territori. Ogni scelta spaziale produce conseguenze sociali, ambientali ed estetiche. Per questo ritengo necessario recuperare una concezione etica dell’architettura: non progettare semplicemente ciò che è possibile realizzare, ma ciò che è opportuno realizzare in relazione al contesto.

Lei insieme ad altre anime profonde del luogo ha trasformato un posto della memoria personale in un progetto culturale. È possibile separare la dimensione professionale da quella emotiva?

Probabilmente no, e forse non sarebbe neppure auspicabile. La dimensione professionale necessita di metodo, competenza e rigore; quella emotiva consente invece di stabilire un rapporto autentico con il luogo. A Rasiglia queste due dimensioni si sono incontrate. La conoscenza tecnica mi ha permesso di progettare, mentre il legame affettivo mi ha consentito di comprendere fino in fondo ciò che quel luogo rappresentava. La qualità nasce, a mio avviso, proprio quando competenza e sensibilità riescono a convivere insieme.

Quale futuro immagina per Rasiglia?

Un futuro nel quale la crescita turistica non comprometta l’equilibrio del borgo. Rasiglia deve continuare a essere attrattiva, ma senza perdere la propria autenticità. Occorre lavorare sulla sostenibilità, sulla tutela del patrimonio, sulla qualità dell’accoglienza e sulla possibilità di creare nuove opportunità per il territorio. Il vero successo di un borgo non si misura soltanto dal numero dei visitatori, ma dalla sua capacità di rimanere vivo con amore.

Se dovesse definire con una sola parola la sua idea di architettura, quale sceglierebbe?

“Relazione”. L’architettura è relazione tra spazio e persona, tra passato e futuro, tra costruito e natura, tra individuo e comunità. Quando questa relazione è equilibrata, l’architettura smette di essere soltanto costruzione e diventa cultura.

E quale insegnamento vorrebbe lasciare alle nuove generazioni di architetti?

Di non avere fretta di progettare prima di avere imparato ad osservare. Studiare la storia, ascoltare le persone, comprendere i materiali, conoscere il paesaggio e interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte sono passaggi indispensabili. L’innovazione autentica non consiste nel cancellare ciò che esiste, ma nel riuscire a trasformarlo con intelligenza, rispetto e visione.

Giovanni Tonti

L’esperienza di Giovanni Tonti restituisce un’idea dell’architettura intesa non come semplice disciplina della costruzione, ma come strumento di interpretazione, conservazione e trasformazione della realtà. Nel rapporto con Rasiglia, il progetto architettonico diventa così una forma di responsabilità verso la memoria e, contemporaneamente, un atto di fiducia nel futuro. È nell’equilibrio tra radici e contemporaneità che l’architetto individua la possibilità di restituire ai luoghi non soltanto bellezza, ma soprattutto un nuovo significato culturale.

Redazione

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