La Procura generale presso la Corte d’Appello di Perugia ha introdotto una nuova regola per la comunicazione istituzionale degli uffici requirenti dell’Umbria: nei comunicati stampa non dovrà più comparire la nazionalità degli indagati, salvo casi eccezionali legati a comprovate ragioni di interesse pubblico. La norma, firmata dal procuratore generale Sergio Sottani, è contenuta nel “Decalogo per la comunicazione istituzionale degli uffici requirenti del distretto“, pubblicato sul sito dell’Ufficio, e stabilisce testualmente che “è fatto divieto di indicare la nazionalità, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico”.
La disposizione rientra tra le misure dedicate alla tutela della persona e dei dati sensibili. Il documento richiama inoltre i principi di oggettività, sobrietà e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Per arresti e sequestri, prima dell’eventuale convalida del giudice, le comunicazioni dovranno limitarsi alla sola notizia del provvedimento, evidenziandone il carattere provvisorio. Nei rapporti con i media vengono inoltre ribaditi i principi di parità di accesso alle informazioni, assenza di canali privilegiati ed equilibrio nelle dichiarazioni.
La scelta ha immediatamente acceso il dibattito politico regionale. Il segretario della Lega in Umbria, Riccardo Augusto Marchetti, ha definito la decisione un errore grave, annunciando la presentazione di un’interrogazione parlamentare al Governo indirizzata al Ministro della Giustizia.
Nel suo intervento, Marchetti ha premesso di muoversi “nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura“, ma ha aggiunto di ritenere che “una scelta di questo tipo riduca il livello di trasparenza dell’informazione istituzionale su un tema delicato come quello della sicurezza“. Il segretario leghista ha inoltre ribadito che “la presunzione di innocenza è un principio costituzionale che nessuno mette in discussione e che deve valere per chiunque“, precisando però che “qui non si parla di colpevolezza“, bensì del “diritto dei cittadini a ricevere un’informazione completa“. Su questo punto ha aggiunto che “la nazionalità è un dato oggettivo e ometterla sistematicamente dai comunicati istituzionali non cambia la realtà: riduce semplicemente il livello di trasparenza con cui quella realtà viene raccontata“.
A sostegno della propria posizione, Marchetti ha richiamato una serie di dati statistici, affermando che “gli stranieri rappresentano circa il 9% della popolazione residente in Italia, ma costituiscono il 34% della popolazione detenuta“. Ha inoltre citato i numeri del Ministero dell’Interno, secondo cui “sono riferibili a cittadini stranieri il 52% delle denunce per rapina, il 50% dei furti, il 44% delle violenze sessuali e il 31% delle violazioni della normativa sugli stupefacenti“.
Di fronte a questi dati, il segretario regionale ha sostenuto che “la risposta delle istituzioni non può essere quella di eliminare un’informazione dai comunicati stampa”, aggiungendo che, a suo giudizio, “la trasparenza non alimenta la paura, alimenta la fiducia nelle istituzioni”.
Marchetti ha comunque precisato che “nessuno intende criminalizzare un’intera comunità” e che “chi rispetta la legge, italiano o straniero che sia, merita rispetto”. Proprio per questo, ha spiegato, è “fondamentale distinguere tra integrazione e criminalità, senza censure e senza omissioni”, perché “i problemi si affrontano guardandoli in faccia, non facendo finta che alcuni dati non esistano“.
Sulla base di queste premesse, l’esponente leghista ha annunciato che presenterà “un’interrogazione al Ministro della Giustizia affinché il Governo chiarisca le ragioni di questa direttiva e valuti se sia coerente con i principi di trasparenza che devono caratterizzare la comunicazione istituzionale della giustizia”, ribadendo che “i cittadini hanno il diritto di conoscere i fatti nella loro interezza”.
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