Un presunto utilizzo improprio di fondi pubblici destinati alle imprese è al centro di un procedimento davanti alla Corte dei conti dell’Umbria, che ha visto la Procura chiedere un risarcimento complessivo di 466mila euro nei confronti del presidente e dell’amministratore delegato di una cooperativa, oltre che della società stessa. Il caso, discusso nei giorni scorsi davanti alla Sezione giurisdizionale presieduta da Giuseppe De Rosa, riguarda un Confidi impegnato nel sostegno al credito delle imprese. Ne riferisce Umbria24
Secondo quanto emerso, tra il 2016 e il 2017 sarebbero stati effettuati 41 prelievi da un conto corrente vincolato al cosiddetto “fondo speciale chiusura del Confidi d’impresa”, risorse pubbliche destinate esclusivamente a coprire rischi e debiti delle aziende assistite. La Procura contabile sostiene che tali somme siano state utilizzate per finalità diverse da quelle previste, causando un danno erariale stimato in 466.100 euro a carico del Ministero dell’Economia.
L’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Enrico Amante, ha evidenziato come le operazioni siano state ammesse dallo stesso amministratore delegato, che avrebbe però sostenuto di ritenere i fondi non vincolati. La Procura contesta una responsabilità per dolo o, in subordine, per colpa grave nella gestione delle risorse.
L’indagine trae origine da un’ispezione del Dipartimento del Tesoro svolta tra il 2019 e il 2020, durante la quale sarebbero emerse irregolarità nella gestione dei conti e prelievi considerati privi di giustificazione. A seguito dei controlli, i vertici della cooperativa avevano sottoscritto un piano di rientro in 22 rate per restituire le somme, con clausola di decadenza in caso di mancato pagamento. Tuttavia, secondo quanto ricostruito in aula, l’impegno non sarebbe stato rispettato, portando il Ministero a inviare una diffida nel giugno 2022.
Uno degli aspetti centrali del procedimento riguarda la mancata rendicontazione annuale delle somme gestite, obbligo previsto per queste realtà. Secondo la Procura, l’assenza di comunicazioni a partire dal 2016 avrebbe impedito controlli tempestivi e ritardato la scoperta del danno, incidendo anche sulla decorrenza dei termini di prescrizione.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Luigi Luccarini, ha contestato questa ricostruzione sostenendo che non vi sia stato alcun occultamento, ma piuttosto un ritardo nei controlli da parte dell’amministrazione. Inoltre, il legale ha evidenziato come il presidente non avesse un ruolo operativo nella gestione del conto, né accesso diretto alle operazioni effettuate tramite home banking, attribuendo la responsabilità esclusivamente all’amministratore delegato.
Nel corso dell’udienza è stato discusso anche il valore del verbale firmato nel 2020. Per la Procura, rappresenta un riconoscimento del debito e interrompe la prescrizione; per la difesa, invece, non avrebbe efficacia vincolante in quanto i firmatari non avrebbero avuto poteri statutari per impegnare formalmente la cooperativa.
Tra le richieste avanzate dalla difesa vi è l’assoluzione degli imputati o, in subordine, una riduzione della eventuale condanna al 30% del danno contestato. La Procura, invece, ritiene che anche la cooperativa debba rispondere per non aver adottato adeguate misure organizzative a tutela dei fondi pubblici gestiti.
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