L’Italia è la regina europea e tra i leader mondiali del consumo di acqua in bottiglia, con un consumo pro-capite che nel 2024 ha superato i 257 litri all’anno, segnando un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, questo primato è considerato un vero e proprio controsenso da Legambiente, visto che l’accesso all’acqua potabile è quasi universale nel paese e i controlli sulla rete idrica sono estremamente rigorosi. Nonostante ciò, gli italiani continuano a preferire l’acqua confezionata, alimentando un business che frutta miliardi, ma a un prezzo che spesso non riflette l’effettivo valore della risorsa.
Il costo dell’acqua in bottiglia e il paradosso dell’Umbria
L’Italia paga il prezzo di un sistema di concessioni che favorisce le multinazionali imbottigliatrici: infatti, le aziende pagano mediamente solo 1 euro per ogni metro cubo (1.000 litri) di acqua prelevata, mentre i cittadini la riacquistano a un prezzo che supera il 250% di ricarico. Questo porta a un notevole spreco di risorse e un impatto ambientale aggravato dalla crisi climatica, con emissioni, sprechi energetici e rifiuti che si accumulano lungo tutta la filiera dell’imbottigliamento e del trasporto su gomma.
L’Umbria: un paradosso che persiste
Nel contesto nazionale, l’Umbria rappresenta un caso emblematico. La regione è la prima in Italia per la percentuale di famiglie che consumano acqua minerale, con un dato che si attesta intorno al 90,3%, con punte fino al 92%, molto al di sopra della media nazionale di circa 81,8%. Questo elevato consumo si verifica nonostante l’Umbria si distingua per controlli estremamente rigorosi sull’acqua potabile. La regione è stata la prima in Italia a introdurre un monitoraggio costante dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) su tutto il territorio, a conferma dell’impegno per garantire acqua sicura e di alta qualità.
Inoltre, i gestori della rete idrica umbra eseguono controlli annuali su sorgenti, pozzi e reti di distribuzione, assicurando che l’acqua del rubinetto sia tra le migliori d’Italia. Nonostante ciò, il consumo di acqua minerale rimane superiore, anche quando l’acqua pubblica è considerata preferibile per purezza e qualità.
La proposta di Legambiente: un canone minimo per finanziare le reti idriche
Legambiente sottolinea l’urgenza di intervenire con una nuova politica sui canoni di concessione, chiedendo l’introduzione di un canone minimo nazionale di almeno 20 euro per metro cubo (equivalente a 2 centesimi al litro). Questo intervento potrebbe generare oltre 330 milioni di euro l’anno, risorse da destinare al miglioramento delle reti idriche pubbliche. Un passo necessario, soprattutto in Umbria, dove la perdita di acqua nelle tubature è ancora pari al 50%, ben al di sopra della media nazionale che si attesta al 42%. Questa inefficienza è un grave problema che non può essere più tollerato, soprattutto in un periodo in cui la risorsa idrica sta diventando sempre più scarsa.
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