La segretaria generale della Cgil Umbria, Maria Rita Paggio, ha presentato uno studio che mette in luce la drammatica situazione salariale nella regione. Nel 2022, circa 70mila lavoratori hanno percepito un salario mensile netto di soli 850 euro, una situazione che non ha visto miglioramenti nel 2023, anno in cui l’inflazione è ulteriormente aumentata, aggravando il potere d’acquisto degli umbri.
Dati allarmanti
Secondo il rapporto dell’Ufficio economia della Cgil, basato su dati Inps, i lavoratori del settore privato in Umbria guadagnano mediamente meno di 10.300 euro lordi annui, circa 850 euro netti al mese. Questo fenomeno riguarda oltre il 60% dei 226.599 dipendenti del settore privato nella regione, escludendo i settori agricolo e domestico. La retribuzione media annua dei dipendenti umbri è di 20.222 euro lordi, ben al di sotto della media nazionale di 22.839 euro.
Il precariato come causa principale
I salari più bassi sono associati prevalentemente al lavoro discontinuo. Circa 100mila lavoratori umbri sono coinvolti in forme di impiego precarie, con salari che non superano i 18.500 euro lordi annui. I contratti a tempo determinato registrano retribuzioni inferiori rispetto a quelli a tempo indeterminato, aggravando ulteriormente la disparità salariale. Anche nei contratti di lunga durata, la stabilità lavorativa gioca un ruolo cruciale: i contratti stabili garantiscono retribuzioni più elevate.
Un trend insostenibile
Maria Rita Paggio ha sottolineato come questa situazione sia “insostenibile“ e necessiti di interventi urgenti. “È necessario intervenire su tutti i fattori che determinano i bassi salari: precarietà, discontinuità, part-time involontario, basse qualifiche e ritardi nel rinnovo dei contratti“, ha dichiarato. La Cgil ha lanciato una campagna referendaria contro la precarietà del lavoro, invitando i cittadini a sostenere i quattro quesiti proposti per migliorare la situazione lavorativa.
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