Gli studenti israeliani a Perugia: “Dopo il 7 Ottobre ci isolano, dobbiamo nascondere le origini”

Il racconto di un gruppo di studenti di medicina e odontoiatria a Perugia: "Dopo l'attacco di Hamas nessuna compassione per noi. Prima uscivano con noi, ora non ci cerca più nessuno"

Giovani e determinati, nonostante il momento complicato per il loro Paese che si sta riflettendo anche sui rapporti personali. Incontriamo Hod  Kami e i suoi amici a Perugia, durante un evento dell’associazione Italia-Israele a Perugia alla sala Santa Chiara, la presentazione del libro “Fact checking su Israele” del giornalista milanese Nathan Greppi.

Studenti di medicina o di odontoiatria a Perugia, Hod e i suoi amici raccontano di quanto sia complesso oggi per un israeliano anche soltanto avere rapporti con le altre persone. Nonostante Israele sia la vittima e non il carnefice: “Sono qui dal 2022 – racconta Hod, nativo di Zoran, nei pressi di Netanya – ho iniziato con lo studiare l’italiano. Ho scelto Perugia e l’Umbria perchè volevo l’Italia e mi sembrava un bel posto. Avevo tanti amici, uscivo spesso, ci divertivamo un sacco. Poi è arrivato il 7 Ottobre 2023”.

È li che la vita di Hod cambia: “Per me è stato uno dei giorni più brutti: mi sono svegliato, ho visto la notizia e la prima cosa che ho fatto è chiamare mia madre in Israele per avere notizie sue e dei miei fratelli, ero devastato. Solo dopo qualche ora sono riuscito ad avere notizie, ma io ci ho messo diverso tempo per riprendermi. Sono stato fortunato, a loro non è successo niente. Però mio fratello ha perso 17 amici del suo gruppo: sono tutti morti durante il massacro del Nova Festival. La sera prima sei con loro e quella dopo sono morti: li hanno ammazzati come animali in mezzo ai campi”.

E se le ferite dell’attacco di Hamas sono difficili da rimarginare, fanno ancora più male quelle vissute in prima persona: “Mi aspettavo che gli altri studenti fossero dalla mia parte e invece cosa ho ricevuto? Il primo giorno un po’ di compassione, perchè la cosa era calda, poi gradualmente gli altri hanni iniziato ad allontanarsi da me. Certo non del tutto perchè comunque eravamo alle stesse lezioni, ma la vita sociale con loro che avevo prima è sparita: non mi invitano più, è iniziato un isolamento sociale. In più ho ricevuto qualche avviso dalla Polizia, nei primi giorni di non frequentare alcuni posti troppo pubblici”

La guerra ha fatto riemergere l’antica ostilità per gli israeliani: “Si fa di tutta l’erba un fascio e questo è sbagliato. Personalmente sono a favore del Governo di Netanyahu, anche se ci sono dei problemi che deve risolvere e forse se avessimo avuto maggiormente la possibilità di difenderci anche con le armi, avremmo avuto meno morti civili. Ma non è quello il punto: ci sono tanti israeliani che non sono favore del Governo. E anche io non sono d’accordo per esempio con i giovani delle colline.Però guarda: criticare il loro comportamento è legittimo, perchè questi non vogliono applicare gli accordi di Oslo. Però i palestinesi hanno portato i loro bambini malati di cancro a curarsi negli ospedali israeliani. Li abbiamo curati e quale è stato il ringraziamento? Le stragi”.

Nonostante tutto, Hod si dice fortunato: “Non ricevo attacchi personali, però non ho più rapporti con quelli di prima, c’è un ambiente ostile.  In più ho paura ad indossare la Kippah e la tzitzit, non posso più”.

Le origini nascoste: non parlare con gli israeliani

La storia che però quella che forse mostra meglio l’antisemitismo che serpeggia anche a Perugia negli ambienti universitari è quella di un altro studente di odontoiatria, con doppio passaporto .Da qui in poi dobbiamo omettere i nomi, per motivi di sicurezza.

“Sono arrivato a Perugia dopo il 7 ottobre, qualche giorno dopo l’attentato. E da allora devo nascondere le mie origini. Quando parlo con gli altri e non dico nulla sulle origini, allora ho libertà di esprimere la mia opinione.Se però dico che sono anche israeliano, allora non posso parlare, dicono che sono bugiardo. Eppure io so quello che è successo, il giorno dell’attacco ero a Firenze, dai nostri docenti di lingua. Leggo, mi documento come tutti. Però se non sanno che sono israeliano almeno possiamo avere qualche conversazione vera. Se invece sanno dico che vengo da Israele allora mi mandano a quel Paese”.

A Perugia non mancano le tensione: “Ci sono tanti arabo-israeliani all’università, loro hanno il passaporto israeliano ed è grazie a quello che sono qui a studiare, però dicono di essere palestinesi, non israeliani. I perugini? Sempre meglio nascondere le mie origini”

Prudenza prima di tutto

Un terzo studente dimedicina, è arrivato un anno fa a Perugia. Per lui la parola d’ordine è prudenza: “Anche io preferisco non dire subito di dove sono originario, devo capire bene l’ambiente e capire con chi sto parlando.La situazione è complicata e non posso ignorare questa cosa. Devo scegliere bene le mie parole. Non tutti certo, hanno pregiudizi. Ci sono le persone buone e quelli che ti giudicano senza anche sapere chi sei, solo sulla base delle tue origini. Ma noi siamo qui per studiare.  Come mi sento io? Cero di spiegare, per quello che è possibile. Mi sento un po’ ambasciatore del mio Paese. Tante persone non sanno davvero cosa sta succedendo, sentono solo la propaganda di Hamas che arriva”

E precisa: “Non sono d’accodo con tutto quello che sta facendo Israele, ma una cosa è certa: come israeliano sento il dovere di rappresentare la verità, il buono del mondo. Penso che la giustizia sia con noi e gli italiani anche”.

La paura di incontrare gente

Parliamo anche con la più grande del gruppo, studia medicina da quattro anni a Perugia. E confessa: “Le persone hanno paura di incontrarmi perché sono israeliana. Però io dico sempre: incontriamoci, parliamo. Davanti ad una birra. Se mi conoscete di persona, vedrete che non avrete paura di incontrarmi. Cerco sempre di spiegare quello che succede, ma non è facile”

Foto: Marcella Silvestri

Redazione

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