Un tentativo di frode con un assegno alterato è costato a una donna di 40 anni, con un passato di reati simili, una condanna a quattro mesi di carcere e una sanzione di 40 euro. L’episodio si è verificato quando la donna ha cercato di effettuare un pagamento in un esercizio commerciale utilizzando un assegno che presentava evidenti segni di manomissione, tanto da essere immediatamente riconosciuto come falso dal titolare del negozio, che ha notato delle anomalie nel documento. L’intervento delle forze dell’ordine ha confermato senza dubbi la non autenticità dell’assegno.
Di fronte a questa situazione, la donna ha deciso di impugnare la sentenza d’appello, rivolgendosi alla Corte di Cassazione con la speranza di ottenere una revisione della pena, proponendo alternative come la messa alla prova o l’impiego in attività di utilità sociale.
Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la condanna per il tentativo di frode, pur riconoscendo una lacuna nella valutazione delle pene alternative da parte della Corte d’appello di Perugia. In particolare, la Cassazione ha evidenziato la mancata considerazione di misure sostitutive alla detenzione, come l’impiego in lavori di pubblica utilità, la conversione della pena in sanzioni pecuniarie o la detenzione domiciliare, rimandando il caso alla Corte d’appello per una nuova valutazione in merito a queste possibilità.
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