Valore aggiunto del lavoro: Perugia tiene ma l’Umbria cala a picco

Nel 2025 la provincia produce 19,42 miliardi e si piazza al 65° posto su 107, trainata da industria e costruzioni mentre i servizi frenano l’economia dell’Umbria

Nel 2025 la provincia di Perugia ha generato un valore aggiunto di 19,42 miliardi di euro, con un aumento del 2,01% rispetto al 2024 che la colloca al 65° posto tra le 107 province italiane. Lo certifica l’indagine di Unioncamere e del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, diffusa il 3 novembre 2026. Il dato va letto nel contesto dell’Umbria, che chiude l’anno al diciassettesimo posto fra le venti regioni italiane. Il risultato perugino resta infatti sotto il +2,30% della media nazionale, e a pesare sono soprattutto i servizi. Il valore aggiunto misura la produzione al netto dei beni e servizi intermedi, e le variazioni sono espresse a prezzi correnti, quindi non depurate dall’inflazione.

Perugia contribuisce in modo determinante ai conti regionali: i suoi 19,42 miliardi rappresentano oltre il 76% dei 25,34 miliardi del valore aggiunto umbro, cresciuto dell’1,80%. La media italiana è del 2,30% e quella del Centro del 2,29%. Fanno peggio dell’Umbria soltanto Puglia (+1,69%), Molise (+1,51%) e Toscana (+1,47%), mentre Marche (+2,38%) e Lazio (+2,80%) registrano risultati migliori.

Industria e costruzioni spingono il Perugino

I comparti produttivi sono i punti di forza della provincia. Nell’industria in senso stretto Perugia è dodicesima in Italia con un incremento del 4,59%, un dato che contribuisce al +3,59% regionale, quarto risultato nazionale e più del doppio del +1,37% italiano. Nel complesso l’industria umbra produce 5,17 miliardi di euro, il 20,39% del valore aggiunto regionale.

Nelle costruzioni la provincia è ottava con +8,01%, appena dietro Terni, sesta. A livello regionale il settore cresce dell’8,26%, secondo risultato dopo l’Abruzzo (+12,18%) e ben oltre il +3,43% nazionale. L’Umbria ospita importanti cantieri della ricostruzione successiva al sisma del 2016; l’indagine, tuttavia, non quantifica quanto incidano sull’aumento del valore aggiunto edilizio.

L’agricoltura cresce dell’8,55% nel Perugino, in linea con l’8,57% regionale, sesto dato italiano. Il peso sul totale provinciale è però limitato: 2,74%, contro il 4,03% di Terni e il 3,04% dell’intera regione.

I servizi frenano la provincia

Il ritardo di Perugia si concentra nei tre aggregati dei servizi, che da soli valgono il 69,97% dell’economia umbra e crescono tutti meno delle rispettive medie italiane.

Il primo aggregato comprende commercio, riparazione di veicoli, trasporti, alloggio, ristorazione e servizi di informazione e comunicazione. Qui Perugia è 101ª con una flessione dello 0,44%, ed è una delle sole nove province italiane con un segno negativo. A livello regionale il gruppo vale 5,76 miliardi di euro, il 22,73% del totale, e arretra dello 0,45% mentre la media nazionale sale del 2,14%: è l’unico calo fra le venti regioni.

Il dato contrasta con quello del turismo. Secondo le statistiche ufficiali della Regione Umbria, nel 2025 gli arrivi nelle strutture ricettive sono aumentati del 9,1% e le presenze dell’8,5%, raggiungendo rispettivamente 3,04 e 7,94 milioni. Crescono dunque visitatori e pernottamenti, mentre l’aggregato che include alberghi e ristoranti registra una flessione.

Nel secondo aggregato, che riunisce attività finanziarie, assicurative, immobiliari, professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi di supporto, Perugia è 97ª con +1,04%. In Umbria il gruppo vale 6,59 miliardi, il 26% dell’economia regionale, e sale dello 0,96% contro il 2,39% dell’Italia: penultimo posto nazionale, davanti solo al Veneto (+0,81%).

Il terzo aggregato include pubblica amministrazione, difesa, istruzione, sanità, assistenza sociale, attività artistiche e altri servizi. Perugia è 94ª con +0,89%. La regione genera 5,38 miliardi, il 21,24% del totale, con un +0,84% contro il +2,15% nazionale; peggio fa soltanto la Valle d’Aosta (+0,80%). Il rapporto non separa la pubblica amministrazione dalle attività private dello stesso aggregato, quindi non consente di stabilire quanto del ritardo dipenda dalle strutture pubbliche.

Redazione

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