Umbria, allarme siccità: il 32 percento del suolo rischia la desertificazione

A Ponte San Giovanni, sulle rive del Tevere ormai ridotto ai minimi storici, Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato ieri un dossier che fotografa una situazione critica per l’Umbria. Alla presentazione, tenutasi nei giorni scorsi a Perugia, erano presenti i deputati Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni ed Elisabetta Piccolotti, che hanno acceso i riflettori su un fenomeno che riguarda tutto il Paese ma che nella regione umbra assume proporzioni particolarmente allarmanti: la desertificazione del suolo, aggravata da una crisi idrica strutturale che si protrae ormai da mesi.

Secondo i dati più recenti dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), relativi al 2025, in Italia il 21% del territorio nazionale mostra segni di degrado riconducibili ai cambiamenti climatici e all’intervento umano. L’Umbria, però, supera nettamente questa soglia con una percentuale del 32% di suolo in fase di pre-desertificazione, collocandosi tra le regioni più colpite insieme a Lazio (34%), Marche (28%), Sardegna e Abruzzo (26%), Molise (24%) e Campania (22%). La Sicilia resta la regione più esposta, con oltre il 70% del territorio interessato.

A chiarire la differenza tra degrado del suolo e desertificazione è Michele Munafò, responsabile del monitoraggio del consumo di suolo dell’Ispra, secondo cui il degrado nasce dalla combinazione di fattori come cambiamento climatico, sovrapascolo, agricoltura intensiva e urbanizzazione, e produce impatti misurabili in termini di perdita di produttività, di habitat e di erosione. La desertificazione rappresenta lo stadio più grave di questo processo, quello in cui il suolo perde quasi completamente la capacità di trattenere acqua e sostenere vegetazione. Le aree più esposte, spiega Munafò, sono le pianure agricole intensive del Centro-Sud e delle Isole.

Il quadro si aggrava se si guarda alla siccità: l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale (Aubac), nel dossier di luglio, indica l’Umbria come la regione con il deficit idrico strutturale più marcato dell’intero distretto, che comprende anche Marche, Abruzzo, Lazio, bassa Toscana e parti di Molise ed Emilia Romagna. L’indice Spei a 24 mesi si attesta a -1,25, il valore più negativo tra le sette regioni monitorate, mentre quello a 3 mesi scende fino a -2,00, un livello classificato come severo-estremo. Anche il lago Trasimeno conferma la gravità della situazione: secondo l’ultimo bollettino Anbi del 22 luglio, il livello ha toccato -1,87 metri a Polvese, mentre a Monte del Lago l’altezza è di 60 centimetri sotto il limite minimo vitale, a soli 5 centimetri dal record negativo degli anni Cinquanta-Sessanta.

Durante la presentazione del dossier “Crisi idrica e dispersione dell’acqua in Italia”, Bonelli ha posto l’accento sulla dispersione delle reti idriche nazionali, sostenendo che l’Italia perde ogni anno 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua a causa delle condotte colabrodo, una quantità che secondo il parlamentare basterebbe a dissetare 43 milioni di persone e che comporterebbe un danno economico di nove miliardi di euro l’anno. Bonelli ha inoltre criticato l’attuale esecutivo per non aver messo la crisi climatica al centro dell’agenda politica, richiamando l’urgenza di un piano nazionale di adattamento climatico.

Sulla stessa linea Fratoianni, secondo cui la crisi climatica resta una questione politica di cui in Italia si discute troppo poco, ribadendo la necessità di misure concrete e immediate sul fronte della transizione energetica e delle politiche di adattamento al clima.

Redazione

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