Ascia contro coltello, la Corte esclude la legittima difesa a Spoleto

La Corte d’appello di Perugia ribalta la decisione del Tribunale e riconosce il risarcimento alla vittima aggredita nella propria autofficina

Corte d'appello Perugia

La legittima difesa non può essere utilizzata da chi contribuisce volontariamente a creare una situazione di pericolo e avrebbe la possibilità di evitare lo scontro. È questo il principio ribadito dalla Corte d’appello di Perugia in una sentenza che ha riformato la precedente decisione del Tribunale di Spoleto, riconoscendo il diritto al risarcimento per un imprenditore aggredito insieme al figlio all’interno della propria autofficina.

La vicenda giudiziaria nasce da un episodio avvenuto il 22 ottobre 2012 a Spoleto, quando una discussione legata a un presunto danno a un’automobile è degenerata in una violenta aggressione.

L’aggressione nell’autofficina dopo il presunto danno all’auto

Secondo quanto ricostruito nel procedimento, due uomini si erano recati presso l’autofficina della vittima accusando il figlio del titolare di aver provocato un graffio sulla loro vettura.

I due aggressori, arrivati sul posto muniti di un’ascia, avrebbero iniziato a colpire il giovane e a danneggiare la sua automobile prima ancora dell’arrivo del padre.

Il ragazzo sarebbe stato aggredito mentre i due uomini, in superiorità numerica, utilizzavano l’attrezzo anche contro il veicolo presente nell’officina.

Dopo essere stato avvisato dal figlio, il padre si è diretto sul posto. Durante l’arrivo con la propria automobile avrebbe perso il controllo del mezzo, dichiarando che la causa sarebbe stata un problema ai freni, finendo per urtare la macchina di uno degli aggressori.

Il coltello e la reazione degli aggressori

Dopo essere sceso dalla vettura, il padre avrebbe impugnato un coltello a serramanico lungo 19 centimetri.

A quel punto, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte d’appello, i due uomini avrebbero reagito aggredendolo con violenza. La vittima sarebbe stata colpita alla testa con il manico dell’ascia fino a cadere a terra priva di sensi e con ferite sanguinanti.

Anche il figlio, intervenuto per difendere il padre, sarebbe stato colpito con l’ascia e con un’asta di ferro che aveva tentato di utilizzare per proteggersi.

La situazione si sarebbe conclusa soltanto grazie all’intervento di alcuni agenti della Scuola di Polizia di Spoleto, che avevano sentito le urla provenienti dall’autofficina e sono intervenuti sul luogo.

La Corte d’appello: mancavano i requisiti della legittima difesa

In primo grado il Tribunale di Spoleto aveva respinto la richiesta di risarcimento presentata dalla vittima, ritenendo applicabile la legittima difesa da parte degli aggressori.

La Corte d’appello di Perugia ha però ribaltato quella decisione, stabilendo che nel caso specifico non erano presenti i requisiti necessari per riconoscere questa causa di giustificazione.

Secondo i giudici, la legittima difesa richiede un pericolo attuale e non provocato volontariamente, la necessità di reagire per evitare un danno e una proporzione tra la minaccia subita e la risposta adottata.

Nel caso analizzato, invece, gli aggressori si sarebbero recati all’autofficina già con un’ascia e con un intento ritorsivo, dando origine alla situazione di conflitto.

La sproporzione tra ascia e coltello

Un elemento decisivo nella valutazione della Corte è stato il rapporto tra gli strumenti utilizzati durante lo scontro.

L’utilizzo di un’ascia lunga 96 centimetri contro un coltello di 19 centimetri, inoltre in una situazione di due contro uno, è stato considerato una reazione sproporzionata.

I giudici hanno inoltre evidenziato che gli aggressori avrebbero potuto interrompere il confronto e allontanarsi, anche perché il cancello dell’autofficina risultava aperto e sarebbe stato possibile richiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

La Corte ha ritenuto significativo anche il fatto che le percosse sarebbero proseguite dopo l’intervento del figlio in difesa del padre.

Le prove e il risarcimento riconosciuto alla vittima

La decisione si è basata sulle dichiarazioni del figlio della vittima, sulla testimonianza di una persona presente nelle vicinanze e sulla documentazione medica relativa alle conseguenze dell’aggressione.

Sono stati valutati anche il verbale di sequestro dell’ascia e del coltello. In particolare, i giudici hanno considerato rilevante il ritrovamento del coltello a circa 5-6 metri dal punto in cui il padre era stato trovato a terra ferito, circostanza ritenuta incompatibile con l’ipotesi di un’aggressione condotta con quell’arma.

La Corte ha quindi riconosciuto un risarcimento complessivo di 8.919,80 euro, comprendente il danno non patrimoniale per il disturbo post-traumatico da stress, l’invalidità temporanea di 20 giorni e le spese sostenute per cure mediche e psicoterapia.

Anche la reciproca aggressività non esclude la difesa

La Corte d’appello ha infine chiarito che anche in presenza di una situazione di reciproca intenzione offensiva, la legittima difesa può essere riconosciuta solo in casi eccezionali.

Secondo i giudici deve emergere un’offesa nuova, autonoma e imprevedibile, caratterizzata da una gravità superiore rispetto alla situazione iniziale e non proporzionata alla condotta precedente.

La sentenza, quindi, stabilisce che chi alimenta volontariamente una situazione di scontro non può successivamente invocare la legittima difesa per giustificare una reazione sproporzionata.

Redazione

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