Il caso del Tribunale e della Procura di Spoleto è tornato al centro del dibattito parlamentare sulla riforma della geografia giudiziaria. Lo ha affermato Sergio Sottani, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Perugia, durante un’audizione tenutasi il 21 luglio davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, chiamata a esaminare il disegno di legge sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie. «La giustizia non può essere soltanto concentrata», ha dichiarato Sottani, «deve essere accessibile, organizzata e sostenibile». Perché la vicenda umbra, pur non riguardando direttamente il provvedimento in discussione, viene indicata come un modello di riferimento per valutare gli effetti reali di ogni futura riforma degli assetti territoriali della giustizia.
Diversamente da altri uffici soppressi dalla riforma del 2012, quello di Spoleto fu mantenuto ma profondamente trasformato: il suo circondario venne ampliato con l’accorpamento dei territori di Todi, Marsciano e Deruta. Una scelta che ha generato una disomogeneità territoriale evidente, soprattutto per gli ultimi due comuni, la cui gravitazione naturale sotto il profilo logistico, sociale ed economico resta orientata verso Perugia piuttosto che verso Spoleto.
Le conseguenze, ha spiegato il Procuratore generale, ricadono concretamente su cittadini, professionisti, forze dell’ordine e amministrazioni locali, spesso costretti a rivolgersi a un ufficio giudiziario meno accessibile rispetto a quello geograficamente più vicino, con maggiori tempi di percorrenza e costi più elevati.
A complicare il quadro contribuiscono le dimensioni contenute della struttura, che rendono difficile garantire una specializzazione dei magistrati in ambiti che richiedono competenze sempre più mirate: criminalità economica, reati informatici, riciclaggio, violenza di genere e tutela delle persone vulnerabili. In ambito penale, questa criticità si riflette anche sulla continuità del giudice per le indagini preliminari in composizione collegiale.
Sottani ha inoltre richiamato l’attenzione sulla carenza cronica di organico: il posto di sostituto procuratore presso la Procura di Spoleto non ha trovato aspiranti, mentre manca da sempre la figura del dirigente amministrativo, considerata essenziale per garantire continuità gestionale e supporto organizzativo adeguato. Carenze strutturali, ha precisato, che limitano la capacità dell’ufficio di programmare efficacemente il proprio lavoro.
Le difficoltà non restano confinate a Spoleto, ma si ripercuotono sull’intero distretto giudiziario umbro, costringendo altri uffici a cedere magistrati, funzionari e personale amministrativo per attività di supporto. L’ampliamento della pianta organica della sezione di polizia giudiziaria e l’assegnazione di tre funzionari giudiziari alla Procura sono stati definiti segnali positivi, ma non ancora sufficienti a risolvere criticità che si trascinano da anni.
Un dato viene sottolineato con particolare forza: secondo il monitoraggio PNRR del Ministero della Giustizia, l’ufficio di Spoleto non è affatto inefficiente. Riesce anzi a ottenere risultati significativi nonostante condizioni strutturali sfavorevoli. Le differenze di performance rispetto ad altri tribunali non dipendono dall’impegno di magistrati e personale, ma da fattori oggettivi: dimensioni ridotte, scoperture di organico, configurazione territoriale incoerente e gestione di carichi complessi con risorse limitate.
A oltre dieci anni dalla riforma, il caso Spoleto pone quindi una questione più ampia sulla sostenibilità organizzativa degli uffici giudiziari, frutto dell’equilibrio tra territorio, organizzazione e risorse disponibili. Un ufficio può raggiungere risultati apprezzabili e dimostrare alta professionalità, ma non esprimere appieno il proprio potenziale se l’assetto territoriale non risponde alle esigenze reali della comunità. «Spoleto dimostra», ha concluso Sottani, «che l’efficienza non nasce dai confini tracciati sulla carta, ma dalla loro coerenza con le persone, i territori e le risorse disponibili».
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