Cinque indagati a Perugia per presunta vendita di dpi irregolari e frode fiscale

Accusati di aver immesso sul mercato milioni di dispositivi di protezione individuale irregolari e di una maxi frode fiscale: eseguite misure cautelari e sequestri per 6,7 milioni di euro

Procura di Perugia

La procura di Perugia contesta a cinque persone, tra cui tre fratelli e i loro genitori, la gestione di un’organizzazione che avrebbe commercializzato 35 milioni di dispositivi di protezione individuale non conformi agli standard europei e realizzato una frode fiscale da oltre 6,2 milioni di euro. L’operazione è stata eseguita giovedì dai carabinieri del Nas di Perugia insieme all’Ufficio Antifrode Umbria dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con tre arresti in carcere e due misure ai domiciliari tra Umbertide e il carcere di Capanne.

L’indagine sul commercio dei dispositivi di protezione

L’inchiesta coordinata dalla pm Mara Pucci ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di cinque indagati, accusati a vario titolo di diversi reati legati alla commercializzazione di prodotti non conformi e a presunte irregolarità fiscali.

Secondo la ricostruzione della procura di Perugia, il gruppo avrebbe operato dal 2020 attraverso una rete di società attive nel settore dei dispositivi di protezione individuale destinati soprattutto ai lavoratori dei cantieri.

Le contestazioni riguardano in particolare l’importazione e la vendita di prodotti come tute protettive, guanti da lavoro e scarpe antinfortunistiche, molti dei quali classificati come dispositivi di Categoria III, ovvero strumenti progettati per proteggere dai rischi più gravi, compresi quelli che possono provocare morte o danni permanenti.

La rete di società sotto esame

Gli investigatori, attraverso controlli fiscali, documentazione doganale, pedinamenti e attività tecniche, avrebbero ricostruito una struttura composta da 15 imprese distribuite tra Italia ed estero.

Secondo l’accusa, le aziende non avrebbero avuto una reale autonomia operativa, ma sarebbero state gestite come un’unica organizzazione. Le società avrebbero condiviso personale, conti correnti e mezzi aziendali, creando un sistema comune finalizzato alla gestione delle attività economiche.

La procura sostiene che questa modalità avrebbe consentito di aumentare i profitti e, allo stesso tempo, di trasferire debiti fiscali su società successivamente svuotate.

I ruoli contestati ai cinque indagati

Il provvedimento cautelare ha coinvolto tre fratelli, trasferiti nel carcere di Capanne, mentre i genitori sono stati sottoposti agli arresti domiciliari nella loro abitazione di Umbertide.

Secondo gli inquirenti, il padre sarebbe stato considerato il promotore del gruppo e il principale organizzatore della struttura societaria. La madre, invece, avrebbe avuto un ruolo nella gestione della contabilità e sarebbe stata utilizzata, secondo l’accusa, come amministratrice o intestataria di alcune società.

Le responsabilità contestate dovranno comunque essere valutate nelle successive fasi del procedimento giudiziario.

Le importazioni da Indonesia e Cina e le certificazioni contestate

Uno dei punti centrali dell’indagine riguarda le modalità di importazione dei dispositivi di protezione. Secondo la procura, i prodotti sarebbero arrivati principalmente da Indonesia e Cina per poi essere immessi nel mercato italiano ed europeo.

Gli investigatori contestano la presentazione alle autorità doganali di certificazioni di conformità ritenute non valide, contraffatte oppure scadute. Nella nota della procura viene indicato che tali irregolarità sarebbero state confermate anche dagli organismi certificatori coinvolti.

La presenza di documentazione non conforme avrebbe permesso, secondo l’accusa, di commercializzare prodotti destinati alla sicurezza dei lavoratori senza il rispetto dei requisiti previsti dalla normativa europea.

La presunta frode fiscale e i sequestri

Sul fronte economico-finanziario, gli inquirenti ipotizzano una frode Iva superiore ai 6,2 milioni di euro. La contestazione riguarda il presunto utilizzo di regimi doganali speciali con sospensione dell’imposta, accompagnati da dichiarazioni fiscali considerate non veritiere e dall’emissione o utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

I profitti ottenuti, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero stati reinvestiti in attività economiche e patrimoni personali.

Il sequestro preventivo disposto dall’autorità giudiziaria ammonta a circa 6,7 milioni di euro e comprende disponibilità finanziarie, conti correnti societari, beni personali, 21 immobili, due capannoni industriali e l’intero quantitativo di merce presente nei magazzini o ancora in transito doganale.

Le accuse e la difesa degli indagati

I cinque indagati devono rispondere, a seconda delle posizioni individuali, di associazione a delinquere, frode in commercio, vendita di prodotti con segni mendaci, falso in atto pubblico, autoriciclaggio, dichiarazione fraudolenta mediante fatture per operazioni inesistenti e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.

Gli arrestati hanno però respinto le accuse attraverso il loro difensore, l’avvocato Angelo Frioni, che ha dichiarato: “Non hanno fatto nulla di male. Nessuna frode, nessuna falsificazione, hanno agito in maniera corretta e lo dimostreremo”.

Sono previsti i primi interrogatori di garanzia per i tre fratelli detenuti, passaggio nel quale gli indagati potranno fornire la propria versione dei fatti davanti all’autorità giudiziaria.

Redazione

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