“Russi: il linguaggio della mafia e il coraggio del silenzio spezzato”

"Infami. Venti storie di ordinaria antimafia" di Alfonso Russi: un viaggio narrativo nel lessico oscuro della ‘ndrangheta

Alfonso Russi

Con il libro “Infami. Venti storie di ordinaria antimafia”, lo scrittore Alfonso Russi propone una riflessione narrativa intensa e diretta sul linguaggio e sull’immaginario della criminalità organizzata, soffermandosi in particolare sulla ‘ndrangheta e sulla sua autorepresentazione culturale.

Pubblicato il 1° gennaio 2011 da Falco Editore, il volume si colloca nel filone della letteratura civile e antimafia, intrecciando testimonianza, osservazione e analisi del fenomeno mafioso attraverso venti storie che raccontano la quotidianità dello scontro tra legalità e criminalità organizzata.

Uno dei passaggi più significativi dell’opera è legato alla riflessione dell’autore su una canzone attribuita all’universo culturale della ‘ndrangheta, che diventa simbolo di una visione del mondo fondata su appartenenza, omertà e codici interni rigidamente gerarchici.

Nel testo, Russi riporta il contenuto del brano “A ‘Ndrangheta”, che descrive l’organizzazione come una “legge di rispetto” basata su regole d’onore e fedeltà assoluta. Il messaggio è chiaro e inquietante: chi non rispetta tali codici viene espulso simbolicamente dalla comunità, fino alla minaccia estrema dell’eliminazione fisica.

Secondo l’autore, questa forma di auto-rappresentazione non è semplice folklore criminale, ma una vera e propria narrazione identitaria. “Non c’è romanzo, articolo o sentenza che possa definirla meglio di questa canzone”, osserva Russi, sottolineando come il linguaggio interno alla criminalità organizzata contribuisca a costruirne l’immagine e la legittimazione.

Il titolo stesso del libro assume un valore centrale. “Infame” è infatti l’etichetta con cui, nel lessico mafioso, vengono indicati coloro che violano l’omertà o collaborano con la giustizia. Un termine che, nell’analisi dell’autore, diventa chiave per comprendere la dinamica di esclusione e controllo sociale esercitata dalle organizzazioni criminali.

Attraverso le venti storie raccolte nel volume, Russi mette in evidenza come questo linguaggio non sia solo una componente interna, ma un vero strumento di potere, capace di influenzare comportamenti, relazioni e percezioni della realtà.

“Infami. Venti storie di ordinaria antimafia” si presenta dunque come un lavoro che unisce racconto e denuncia, offrendo al lettore uno sguardo ravvicinato sulle dinamiche dell’antimafia quotidiana e sul peso simbolico delle parole nella costruzione dell’identità criminale.

Con un prezzo di 10 euro, il volume si inserisce in una produzione editoriale che mira a rendere accessibili temi complessi, mantenendo al centro la dimensione civile e culturale del contrasto alla criminalità organizzata.

In un contesto in cui il linguaggio diventa esso stesso strumento di potere, l’opera di Alfonso Russi invita a riflettere su come le parole possano costruire mondi, legittimare sistemi e definire confini netti tra appartenenza ed esclusione.

Alfonso Russi

Intervista a Alfonso Russi autore di “Infami. Venti storie di ordinaria antimafia”

Dottor Russi, il suo libro ha un titolo forte e diretto. Cosa rappresenta per Lei la parola “infami”?
È una parola che nel linguaggio mafioso segna una linea di confine netta. “Infame” è chi rompe il silenzio, chi rifiuta l’omertà. Ho voluto partire da lì perché è una parola che racconta potere, paura e controllo sociale allo stesso tempo.

Nel suo libro si parla di venti storie legate all’antimafia quotidiana. Come nasce questo progetto?
Nasce dall’osservazione della realtà, non da un’idea astratta. L’antimafia non è solo quella dei grandi processi, ma anche quella silenziosa, fatta di scelte personali, di resistenze quotidiane. Ho voluto raccontarla attraverso storie concrete.

Nel testo è molto forte il riferimento alla cultura interna della ‘ndrangheta. Perché ha scelto di inserirlo?
Perché non si può combattere ciò che non si comprende. La ‘ndrangheta non è solo violenza, è anche linguaggio, simboli, narrazione. Ignorare questo aspetto significa non coglierne la vera forza.

Lei riporta anche il testo di una canzone legata a quell’universo criminale. Che valore ha per Lei?
È una sorta di manifesto. In poche righe racconta una visione del mondo basata su rispetto, appartenenza e punizione. È inquietante proprio perché è chiara, diretta, quasi “ordinata”.

Nel suo libro la parola sembra avere un peso centrale. Possiamo dire che il linguaggio è uno dei protagonisti dell’opera?
Assolutamente sì. Le parole costruiscono realtà. Nel mondo mafioso il linguaggio non descrive soltanto, ma impone regole. Capire questo meccanismo è fondamentale.

Quanto è difficile raccontare temi così delicati senza cadere nella retorica?
È molto difficile. Bisogna restare fedeli ai fatti e alle testimonianze, senza trasformare tutto in narrazione spettacolare. Il rischio è sempre quello di semplificare o, peggio, banalizzare.

Il suo libro si inserisce nel filone della letteratura civile. Qual è, secondo Lei, il ruolo di questo tipo di narrativa oggi?
È un ruolo di responsabilità. La letteratura civile deve creare consapevolezza, non solo informare. Deve aiutare il lettore a guardare la realtà con occhi diversi.

A distanza di anni dalla pubblicazione, crede che il messaggio del libro sia ancora attuale?
Sì, perché i meccanismi che racconto non sono scomparsi. Cambiano le forme, ma certe dinamiche restano. Finché esisterà l’omertà, quel messaggio sarà attuale.

Se dovesse riassumere il senso profondo di “Infami” in una sola frase, quale sarebbe?
Che la libertà comincia quando si ha il coraggio di rompere il silenzio.

L’intervista ad Alfonso Russi lascia emergere una verità scomoda ma necessaria: le organizzazioni criminali non si reggono soltanto sulla forza, ma anche su un linguaggio che costruisce appartenenza, paura e identità. È proprio in questo spazio, fatto di parole e silenzi, che si gioca una parte decisiva della sfida culturale contro la criminalità organizzata.

“Infami. Venti storie di ordinaria antimafia” non è solo un racconto di episodi, ma un invito a interrogarsi sul peso delle parole e sulle conseguenze delle scelte individuali. Il confine tra ciò che è detto e ciò che è taciuto diventa, in questa prospettiva, un territorio morale prima ancora che sociale.

Resta allora una domanda aperta, che il libro consegna al lettore senza offrire risposte semplici: quanta forza serve, oggi, per rompere il silenzio e sottrarsi a logiche che trasformano la paura in regola e l’omertà in sistema?

Alfonso Russi

Redazione

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