Perugia capitale della pace: all’Onu dei Popoli un appello contro l’odio e per la dignità umana

Tommaso Bori all’assemblea: “Siamo qui per disarmare le menti e ricostruire la fraternità tra i popoli”

“Care amiche e cari amici costruttori di pace, benvenuti in Umbria, benvenuti a Perugia, città simbolo di fratellanza e di impegno”. Con queste parole, Tommaso Bori, vicepresidente della Regione Umbria, ha aperto i lavori dell’Assemblea dell’Onu dei Popoli, in corso nel capoluogo umbro fino al 12 ottobre. Un discorso intenso e ricco di riferimenti all’attualità globale, in cui è stato lanciato un forte appello al disarmo morale e alla ricostruzione del tessuto etico e umano della società internazionale.

“Siamo qui non come rappresentanti di Stati, ma come popoli”, ha detto Bori, sottolineando l’obiettivo dell’assemblea: dare voce a quell’umanità ferita e smarrita che il mondo ha smesso di ascoltare. Il riferimento è ai conflitti in corso in Ucraina, Gaza, Sudan, e a quelle che Bori ha definito “nuove guerre nascoste” che stanno cancellando decenni di conquiste civili e sociali.

“La crisi che viviamo non è solo militare o economica: è una crisi etica, una crisi della nostra civiltà”, ha affermato, evidenziando come la logica del riarmo e del profitto stia prevalendo sulla vita e sulla dignità delle persone.

Un passaggio particolarmente toccante è stato quello dedicato all’impatto della cultura dell’odio sulle giovani generazioni. Citando la giornalista Cecilia Sala e il suo libro “I figli dell’odio”, Bori ha parlato di una “mutazione dell’animo umano” in contesti di guerra, dove “l’odio non è più solo degli adulti, ma diventa eredità per chi la guerra non l’ha vissuta direttamente”.

“I giovani sono più radicalizzati dei loro padri”, ha detto, “negano l’umanità del vicino, rifiutano la pietà, arrivano a giustificare atrocità in nome di una causa”. Questo, secondo Bori, è il vero dramma su cui l’assemblea deve riflettere e intervenire: “Se la guerra distrugge il futuro alimentando l’odio, la nostra missione è disarmare le menti e fermare questa eredità tossica”.

Nel suo intervento, il vicepresidente ha anche fatto riferimento al libro del giornalista Massimo Giannini, “Il dovere della speranza”, per ribadire la necessità di non arrendersi. “Abbiamo l’imperativo di costruire un’alternativa all’odio, attraverso la difesa della dignità umana, un’economia di pace e una riforma del pensiero”, ha dichiarato.

Spazio anche alla solidarietà internazionale, con un forte appello per la liberazione di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e icona della democrazia in Myanmar, oggi detenuta in isolamento a 80 anni. “La sua speranza non può spegnersi in una cella”, ha affermato Bori, esprimendo sostegno al figlio Kim Aris e a tutti coloro che si battono per i diritti umani nel paese asiatico.

In chiusura, un messaggio di incoraggiamento a tutti i partecipanti dell’Assemblea: “Non siamo soli. Le piazze del mondo sono piene di persone che dicono basta alla guerra”. Secondo Bori, queste mobilitazioni popolari rappresentano la coscienza civile globale, viva e attiva, e sono la dimostrazione che la speranza non è un’illusione, ma un impegno concreto.

“Siamo qui per costruire il grande cantiere della pace”, ha concluso, “con la responsabilità di non lasciare ai nostri figli un’eredità di odio, ma un futuro di speranza e giustizia”.

Redazione

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