Un gruppo di braccianti stranieri sarebbe stato impiegato in agriturismi, cantine e aziende agricole umbre per la raccolta di uva e olive, la coltivazione di frutta e verdura e l’allevamento di maiali. Per questa vicenda, è in corso un processo a Perugia nei confronti del presidente di una cooperativa sociale e di una consigliera del cda, accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Ne riferisce Umbria24.
L’accusa: paghe irrisorie e condizioni disumane
Secondo la Procura, gli imputati avrebbero reclutato manodopera approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. I braccianti, provenienti da Pakistan, Sierra Leone, Senegal, Gambia, Nigeria, Costa d’Avorio, Niger, Marocco, Guinea Bissau e Tunisia, sarebbero stati sottopagati e costretti a turni di 10 ore al giorno per sei giorni alla settimana. In alcuni casi, le retribuzioni sarebbero state inferiori ai 2 euro l’ora.
«Alcuni lavoratori percepivano appena 1,87 euro all’ora», si legge negli atti del pubblico ministero. Inoltre, i braccianti sarebbero stati obbligati a svolgere mansioni pesanti senza dispositivi di sicurezza adeguati, trasportando cassette di frutta e verdura senza alcuna tutela.
Minacce per evitare denunce
Dalle carte dell’accusa emergono gravi violazioni in materia di orari di lavoro, riposi e prevenzione sanitaria. In alcuni casi, secondo la Procura, ai lavoratori sarebbe stato negato il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, mentre le minacce avrebbero dissuaso i braccianti dal denunciare le condizioni di sfruttamento.
Il processo, che si svolge davanti al tribunale collegiale di Perugia, presieduto da Carla Maria Giangamboni, proseguirà con l’audizione dei testimoni per ricostruire nel dettaglio quanto accaduto. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Franco Libori e Matteo Marinacci.
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