Divario stipendi-pensioni: Perugia fa peggio di Terni e Umbria sempre più verso Sud

Il report della Cgia di Mestre: Umbria agli ultimi posti per divario fra pensioni e stipendi. La città di San Valentino meglio di Perugia ma entrambe non brillano

Non bastasse il report della Svimez che piazza l’Umbria all’ultimo posto per ripresa del Pil post-Covid, con un dato negativo, arriva un’altra mazzata sull’economia della regione dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Il dato è che l’Umbria è fra le regioni dove si pagano più pensioni che stipendi. Ovviamente anche in questo caso la Regione guarda a Sud invece che a Nord. E attenzione: i dati sono del 2022, manca quindi il riscontro del 2023 che non è certo migliorato.

L’Umbria è in fondo alla graduatoria delle 20 regioni per il divario tra numero di occupati e pensioni erogate. O se preferite leggere al contrario il dato, è fra le regioni dove si pagano meno stipendi. La Regione è quindicesima, con 401.000 pensione e 328.000 stipendi (saldo di 48.000 in negativo). Peggio dell’Umbria (dalla 16. alla 20. posizione) Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Tutte regioni, va detto, per adesso molto lontane (la Sardegna sedicesima ha un saldo di -175), ma la consolazione è magra.

Se al primo posto c’è la Lombardia, davanti al Veneto, le regioni del centro sono infatti pressochè irraggiungibili: Lazio terzo (+310), Toscana quinta (+137), ma lontane persino le Marche e l’Abruzzo  che pure hanno saldo negativo (rispettivamente -14 e -33). A livello provinciale. Perugia battuta da Terni. Il capoluogo di regione è in posizione 93 (269.000 stipendi e 296.000 pensioni, saldo -26.000), mentre la città di San Valentino è in posizione 89 su 107 comuni con 83.000 stipendi e 105.000 pensioni (saldo -22.000).

. Milano e Roma ovviamente le province più virtuose, seguite da Brescia, Bergamo e Bolzano mentre in fondo alla lista troviamo Palermo, Reggio Calabria, Messina, Napoli e all’ultimo posto Lecce.

Renato Mason, segretario della Cgia, sottolinea: “Con tanti pensionati e pochi operai e impiegati, la spesa pubblica non potrà che aumentare, mentre le entrate fiscali sono destinate a scendere. Questo trend, nel giro di pochi anni, minerà l’equilibrio dei nostri conti pubblici. Per invertire la tendenza dobbiamo aumentare la platea degli occupati, facendo emergere i lavoratori in nero e aumentando i tassi di occupazione di giovani e donne che in Italia continuano a rimanere i più bassi d’Europa“.

E proprio in questo senso, la Cgia sottolinea come anche chi ha un saldo positivo non possa e non debba stare sereno: “il sorpasso delle pensioni erogate sugli stipendi è destinato a compiersi anche nel resto d’Italia. Infatti, secondo le previsioni di Unioncamere, entro il 2028 sono destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età 2,9 milioni di italiani, di cui 2,1 milioni sono attualmente occupati nelle regioni centrosettentrionali”, dicono gli artigiani mestrini.

Senza contare, sottolinea ancora la Cgia che questo trend rischia di far saltare interi comparti economici: “Con una presenzadi over 65 molto diffusa – scrive la Cgia – alcuni importanti settori economici potrebbero subire dei contraccolpi negativi. Con una propensione alla spesa molto più contenuta della popolazione giovane, una società costituita prevalentemente da anziani rischia di ridimensionare il giro d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti, della moda e del settore ricettivo.

Redazione

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