Aveva più volte dichiarato l’intenzione di uccidere la moglie, arrivando a rivolgersi anche alle forze dell’ordine per essere fermato prima di compiere il gesto: per questi fatti un 42enne di Spoleto è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione dal tribunale di Terni. La decisione è stata pronunciata mercoledì dal gip Barbara Di Giovannantonio, al termine del procedimento con rito abbreviato, accogliendo le richieste dell’accusa e della parte civile.
L’uomo, già detenuto nel carcere di Maiano, era accusato di atti persecutori nei confronti della moglie, sua coetanea residente a Terni, vittima di una lunga serie di minacce e comportamenti intimidatori iniziati nel giugno 2025. Le indagini, coordinate dalla procura della Repubblica e condotte dai carabinieri del comando stazione di Terni, hanno ricostruito un quadro caratterizzato da condotte reiterate e particolarmente gravi, culminate con l’arresto dell’uomo in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare.
Tra gli episodi più rilevanti emergono le frasi pronunciate dallo stesso imputato, che aveva dichiarato apertamente: «sennò vado da là e la ammazzo», rivolgendosi ai carabinieri, e ancora «Sto andando a Terni ad ammazzare mia moglie», mentre veniva fermato dalla polizia di Stato nei pressi della stazione di Spoleto nel dicembre precedente. Dichiarazioni che hanno contribuito a delineare la pericolosità concreta della situazione e il clima di forte intimidazione vissuto dalla vittima.
Secondo quanto emerso nel corso del procedimento, le minacce non si limitavano a parole, ma si accompagnavano a insulti, pressioni psicologiche e promesse di morte, rivolte anche al padre della donna. Un comportamento aggravato da precedenti condanne per maltrattamenti, che ha ulteriormente inciso sulla valutazione complessiva della vicenda giudiziaria.
Le conseguenze per la vittima sono state rilevanti: la donna è stata costretta a modificare radicalmente le proprie abitudini di vita, arrivando a cambiare residenza per timore di aggressioni. Anche durante l’attività lavorativa adottava misure di protezione, chiudendosi all’interno dell’ufficio per evitare possibili contatti con l’uomo. Una situazione che evidenzia gli effetti tipici dei reati persecutori, caratterizzati da un impatto significativo sulla libertà personale e sulla sicurezza delle persone coinvolte.
Il tribunale ha stabilito che il risarcimento dei danni subiti sarà quantificato in sede civile. La parte civile, assistita dagli avvocati Niccolò Bicchi e Barbara Chiaramonti, aveva chiesto una condanna in linea con quella formulata dall’accusa, pari a quattro anni di reclusione, richiesta accolta quasi integralmente dal giudice.
I legali della donna hanno espresso soddisfazione per l’esito del procedimento, sottolineando come la decisione rappresenti «un importante riconoscimento delle ragioni della parte assistita e del percorso processuale intrapreso». Il caso si inserisce nel più ampio contesto delle azioni di contrasto ai reati di violenza e persecuzione in ambito familiare, evidenziando l’importanza dell’intervento tempestivo delle autorità e della tutela delle vittime.
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