Un bambino di appena 18 mesi vive da oltre due mesi nel carcere di Capanne, a Perugia, accanto alla madre detenuta per reati contro il patrimonio. La ragazza, anch’essa giovanissima – poco più che diciottenne – aveva ottenuto il trasferimento dal carcere romano di Rebibbia, richiedendo la possibilità, prevista dalla legge fino ai tre anni d’età del figlio, di tenerlo con sé in cella. A portarlo da lei è stato il padre del piccolo, anch’egli minorenne, aggiungendo ulteriore complessità a una situazione già delicata. Lo riporta il Corriere dell’Umbria.
Il piccolo vive in una sezione del carcere femminile adibita a una sorta di asilo nido, dove l’attenzione e l’umanità delle agenti penitenziarie cercano di mitigare le difficoltà della reclusione. Il garante regionale dei detenuti, Giuseppe Caforio, ha sottolineato l’impegno del personale: “Le agenti fanno il possibile per rendere meno traumatico l’impatto ai minori. In passato abbiamo avuto anche quattro bambini in contemporanea, e ricordo casi in cui si sono prodigate persino per risolvere problemi alimentari complessi, acquistando ogni tipo di latte in polvere e coinvolgendo più pediatri”.
Un problema strutturale irrisolto
In Italia sono attualmente 12 i bambini detenuti con le loro madri, distribuiti tra l’Icam di Milano (3), quello di Venezia (3), Torino (1), Rebibbia (3) e Perugia (1). L’Umbria non è dotata di un Icam, cioè un Istituto di custodia attenuata per detenute madri, strutture che prevedono un ambiente più idoneo allo sviluppo infantile, pur restando nell’ambito della custodia.
Il tema è tornato di attualità dopo il recente caso del neonato di un mese recluso a Palermo, che ha riacceso il dibattito sull’adeguatezza del sistema penitenziario rispetto ai diritti dei minori. Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria, ha denunciato una regressione normativa: “Il recente decreto sicurezza di aprile 2025 ha cancellato l’obbligo del rinvio dell’esecuzione della pena per le madri con figli sotto l’anno d’età, introducendo invece la possibilità che il bambino venga allontanato dalla madre in caso di condotta ritenuta inadeguata”.
Le alternative possibili: case famiglia e Icam
Le case famiglia protette rappresentano una soluzione alternativa, ma al momento ne esistono soltanto due in tutta Italia. Si tratta di strutture in grado di garantire la custodia della madre senza privare il bambino del contesto educativo e relazionale fondamentale per la sua crescita.
Il paradosso è che, nonostante il numero dei bambini in carcere sia esiguo, il sistema continua a non predisporre soluzioni sistemiche ed efficaci. La presenza in carcere di un bambino così piccolo – figlio di due giovanissimi genitori – evidenzia la necessità di un approccio strutturato, che tenga conto non solo delle esigenze della giustizia, ma anche di quelle, imprescindibili, dell’infanzia.
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