Le Case di comunità umbre continuano a fare i conti con una significativa carenza di personale sanitario. Secondo una stima elaborata da Il Sole 24 Ore sulla base dell’ultimo monitoraggio Agenas, nella regione mancherebbero 27 medici e 84 infermieri, per un totale di oltre 110 professionisti necessari a garantire il pieno funzionamento delle strutture previste dalla riforma dell’assistenza territoriale.
I dati evidenziano una situazione che assume particolare rilevanza in vista delle scadenze fissate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che individua proprio nelle Case di comunità uno degli strumenti principali per rafforzare la sanità di prossimità.
I dati del monitoraggio Agenas
Secondo il report dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, in Umbria risultano attualmente sei Case di comunità con presenza medica attiva secondo gli standard fissati dal decreto ministeriale 77 del 2022, mentre sono quattro quelle con presenza infermieristica attiva in linea con gli stessi parametri.
L’analisi del quotidiano economico ha stimato il fabbisogno di personale considerando l’ipotesi che due terzi delle strutture programmate debbano essere organizzate come Case di comunità hub, con presenza medica garantita ventiquattro ore su ventiquattro e copertura infermieristica per almeno dodici ore al giorno.
Un problema che riguarda tutta Italia
La situazione umbra si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato da difficoltà analoghe. Le stime indicano infatti che, a livello italiano, sarebbero necessari circa 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri aggiuntivi per consentire alle Case di comunità di operare secondo gli standard previsti.
Il rischio evidenziato dagli esperti è che le nuove strutture, pur realizzate grazie ai finanziamenti del Pnrr, possano non essere pienamente operative a causa della mancanza di personale qualificato.
Lo stop alla riforma dei medici di famiglia
La questione assume ulteriore rilevanza dopo il recente stop alla riforma dei medici di medicina generale, che avrebbe dovuto modificare il loro rapporto di lavoro con il Servizio sanitario nazionale.
Il progetto, sviluppato dal ministro della Salute Orazio Schillaci in collaborazione con le Regioni, puntava a superare l’attuale sistema convenzionato per favorire una maggiore integrazione dei medici di famiglia nelle strutture territoriali.
L’obiettivo era anche quello di rafforzare la presenza stabile dei professionisti all’interno delle Case di comunità, contribuendo a risolvere il problema della carenza di organico.
Il nodo delle Case di comunità
Fin dalla loro progettazione, il principale timore legato alle Case di comunità è stato quello di trasformarsi in strutture moderne dal punto di vista edilizio ma prive delle risorse umane necessarie per garantire servizi efficaci ai cittadini.
La mancanza di medici e infermieri continua infatti a rappresentare una delle principali sfide per il sistema sanitario territoriale, chiamato nei prossimi anni a gestire una parte sempre più rilevante dell’assistenza e della presa in carico dei pazienti.
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