Una condanna a quattro anni e tre mesi di carcere è stata chiesta dal pubblico ministero Gianpaolo Mocetti nei confronti di un uomo di 49 anni accusato di aver perseguitato l’ex compagna, una vigilessa perugina di 35 anni che in passato aveva lavorato anche nel Casertano.
La requisitoria si è svolta davanti alla giudice Elena Mastrangeli del tribunale di Perugia. Il procedimento riguarda una serie di episodi contestati dalla Procura, che ipotizza nei confronti dell’imputato i reati di atti persecutori, danneggiamento seguito da incendio e accesso abusivo a sistemi informatici.
Secondo l’accusa, le condotte contestate sarebbero state ripetute nel tempo e avrebbero avuto l’obiettivo di controllare e intimidire la donna dopo la fine della relazione.
Le accuse di stalking e controllo della vita privata
Nel capo d’imputazione viene ricostruito un quadro di presunte molestie e intrusioni nella vita personale della donna. Secondo la Procura, il 49enne avrebbe accusato l’ex compagna di avere avuto diverse relazioni sentimentali e avrebbe diffuso informazioni sulla sua vita privata a persone vicine alla vigilessa.
L’accusa sostiene che l’uomo avrebbe controllato lo smartphone della donna, acquisendo conversazioni, immagini e contenuti personali che sarebbero poi stati condivisi con amici, parenti e colleghi di lavoro.
Tra gli episodi contestati figura anche il presunto recupero di password e codici di accesso relativi agli account social e alla posta elettronica della persona offesa. Secondo gli inquirenti, tali informazioni sarebbero state utilizzate per accedere agli strumenti digitali della donna e modificarne alcune impostazioni di sicurezza.
Le chiamate e la lettera inviata a una collega
Uno degli episodi indicati negli atti risale al 12 marzo 2023. Secondo la ricostruzione accusatoria, in quella giornata l’uomo avrebbe contattato più volte la vigilessa tramite chiamate e messaggi inviati sull’utenza di servizio utilizzata per il lavoro.
Sempre nello stesso giorno, avrebbe inoltre spedito una lettera anonima a una collega della donna, nella quale faceva riferimento a una presunta relazione clandestina tra la 35enne e il marito della destinataria.
L’incendio dell’auto a Ripa
Tra gli episodi più gravi contestati dalla Procura c’è anche l’incendio dell’automobile della ex compagna. Secondo l’accusa, nella notte del 12 marzo 2023 il 49enne avrebbe raggiunto Ripa, frazione di Perugia, dopo un lungo viaggio in auto, e avrebbe dato fuoco alla Fiat 500 della vigilessa parcheggiata in un’area pubblica.
Le fiamme avrebbero completamente distrutto il veicolo e coinvolto anche una Renault Clio parcheggiata nelle vicinanze, danneggiando inoltre una terza automobile.
Per la Procura l’incendio sarebbe stato compiuto sia per danneggiare il mezzo della donna sia come parte delle condotte persecutorie contestate all’imputato.
All’uomo viene contestata anche un’aggravante legata all’orario dell’episodio, ritenuto particolarmente favorevole all’azione perché avvenuto durante la notte.
Le conseguenze sulla donna secondo l’accusa
Secondo gli atti della Procura, le condotte attribuite al 49enne avrebbero provocato nella vigilessa un forte stato di ansia e paura, generando un timore concreto per la propria sicurezza personale.
La donna, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata costretta a modificare le proprie abitudini quotidiane e a vivere con maggiore prudenza per il timore di possibili ritorsioni.
L’ipotesi di accesso abusivo agli account
Un ulteriore capitolo dell’inchiesta riguarda il presunto accesso abusivo ai dispositivi e agli account digitali della ex compagna.
La Procura sostiene che l’uomo, attraverso più azioni considerate parte di un unico disegno, si sarebbe introdotto senza autorizzazione nei sistemi informatici utilizzati dalla donna, acquisendo contenuti personali e tentando di intervenire sulle credenziali di accesso.
Secondo l’accusa, anche questa attività sarebbe stata finalizzata a portare avanti le condotte persecutorie.
La versione dell’imputato: “Non ho incendiato l’auto”
Durante l’esame del 16 giugno, il 49enne ha respinto ogni accusa. L’uomo ha dichiarato di non essere mai arrivato a Ripa la notte dell’incendio, spiegando di avere cambiato direzione dopo una telefonata relativa alle condizioni di salute del padre.
“Proprio perché sono ufficiale di polizia giudiziaria non vado a bruciare una macchina quando mi fermano a 40 chilometri” avrebbe dichiarato, facendo riferimento a un controllo della polizia stradale avvenuto durante il viaggio.
L’imputato ha inoltre riferito che con lui viaggiava una ragazza e ha contestato la ricostruzione relativa al veicolo ripreso nella zona dell’incendio. Secondo la sua versione, la descrizione fornita da un testimone non corrisponderebbe né alla sua persona né alla sua automobile.
La difesa contesta l’accesso informatico
Sul fronte informatico, il 49enne ha sostenuto di essere stato autorizzato dalla compagna a utilizzare il computer e di aver ricevuto direttamente da lei la password.
Ha ammesso di avere fotografato una conversazione lasciata aperta sul dispositivo, ma ha negato di avere effettuato accessi al telefono della donna o di avere installato software di controllo come mSpy.
La difesa sostiene inoltre, attraverso una consulenza tecnica, che l’installazione del programma sul dispositivo della vigilessa non sarebbe stata possibile.
Gli avvocati dell’imputato hanno evidenziato anche che il telefono della donna non sarebbe stato sottoposto a una perizia tecnica.
Il processo prosegue
L’uomo ha collegato la fine della relazione alla scoperta di un presunto tradimento e a questioni economiche relative a somme di denaro che sostiene di avere prestato per lavori domestici, viaggi e altre spese.
Ha negato di avere seguito, minacciato o controllato l’ex compagna. Nel procedimento sono presenti come parti civili gli avvocati Luca Valigi, Danilo Areni e Francesco Areni, mentre la difesa dell’imputato è affidata agli avvocati Fiorentina Orefice e Giuseppe Stellato.
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