A Foligno, dove vive da quarant’anni, Mansoureh Tarkeshi, attivista iraniana, osserva con crescente angoscia quanto sta accadendo nel suo Paese d’origine, mentre il regime degli ayatollah continua una repressione brutale contro il proprio popolo. Le notizie arrivano frammentarie, spesso attraverso canali clandestini, e il silenzio improvviso dei familiari rimasti in Iran è diventato uno dei segnali più inquietanti di una situazione che si aggrava di giorno in giorno. L’ultimo messaggio ricevuto dalla sorella, poche parole spezzate – “stiamo bene, punto, non so più niente” – ha lasciato spazio solo a timori e interrogativi.
Le proteste popolari, scoppiate in diverse città iraniane, vengono represse con violenza crescente. Secondo i racconti e le immagini che riescono a superare la censura, manifestanti disarmati vengono affrontati con armi e arresti di massa. In alcuni casi, i corpi delle persone uccise durante le manifestazioni vengono restituiti alle famiglie solo dietro pagamento, una pratica che ha suscitato indignazione internazionale e che Mansoureh definisce al Tg3 Umbria“una crudeltà che non può più essere ignorata”.
L’attivista continua a denunciare pubblicamente quanto accade, pur consapevole dei rischi che questa esposizione comporta. Chi prende posizione all’estero, infatti, teme ritorsioni contro i familiari rimasti in patria, un meccanismo che alimenta paura e silenzi forzati. “Il buio che avvolge l’Iran – racconta – sembra inghiottire anche le persone comuni, quelle che non fanno politica ma cercano solo di sopravvivere”.
Nel suo appello, Tarkeshi chiede un intervento più deciso da parte dell’Occidente, in particolare dell’Europa, che a suo avviso non può limitarsi a dichiarazioni di condanna. Tra le richieste più urgenti c’è l’inserimento dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, con l’applicazione di sanzioni mirate. Una misura che, secondo l’attivista, rappresenterebbe un segnale politico chiaro e concreto contro l’apparato repressivo del regime.
“La gente protesta a mani nude – sottolinea – mentre dall’altra parte ci sono armi e violenza organizzata. Non basta riconoscere che il popolo iraniano chiede libertà: servono azioni che abbiano un impatto reale”. Il riferimento è anche al ruolo dei Pasdaran nel sostenere gruppi armati e nel mantenere il controllo interno attraverso la forza, un elemento che, secondo Mansoureh, rende incomprensibile l’assenza di una loro classificazione come organizzazione terroristica.
Nonostante la paura e l’incertezza, la speranza non si spegne. Mansoureh guarda a una possibile transizione politica, che immagina guidata da Reza Pahlavi, come a una prospettiva capace di offrire un futuro diverso all’Iran. Un’ipotesi che, per molti oppositori all’estero, rappresenta un punto di riferimento simbolico e politico in una fase segnata da violenze e repressione.
A Foligno, l’angoscia resta una presenza quotidiana, alimentata dall’assenza di notizie certe e dal timore per la sorte dei propri cari. Eppure, anche di fronte alla durezza della repressione, Mansoureh continua a parlare, convinta che rompere il silenzio sia l’unico modo per non lasciare che quanto accade in Iran venga dimenticato. La sua voce si unisce a quella di molti altri iraniani all’estero che chiedono attenzione, responsabilità e scelte chiare da parte della comunità internazionale.