Una gestione dell’emergenza neve definita «superficiale» e caratterizzata da un «caos totale in cui nessuno sapeva chi comandava». Sono le parole pronunciate dal sostituto procuratore generale di Perugia, Paolo Berlucchi, durante la requisitoria dell’appello bis nel procedimento relativo al disastro di Rigopiano, la tragedia che il 18 gennaio 2017 costò la vita a 29 persone, dopo che una valanga travolse l’hotel di Farindola.
La pubblica accusa ha chiesto la conferma della condanna per due tecnici della Provincia di Pescara, ponendo al centro delle contestazioni la gestione delle ore e dei giorni che precedettero la valanga. Il nodo principale riguarda la turbina spazzaneve, considerata essenziale per garantire la percorribilità della strada provinciale che portava all’hotel.
Secondo Berlucchi, la macchina operativa si sarebbe inceppata ben prima della tragedia. La turbina si ruppe il 6 gennaio, venne portata dal meccanico il giorno successivo, ma da quel momento – ha spiegato il pg – non furono adottati ulteriori interventi. L’accusa parla di un disinteresse ingiustificabile verso un mezzo ritenuto “fondamentale” in un’area esposta a nevicate eccezionali e isolamenti frequenti.
Il magistrato ha insistito sul fatto che le condizioni meteorologiche fossero ampiamente prevedibili. I bollettini neve e valanghe, ha ricordato in aula, “indicavano con chiarezza criticità estreme”, lasciando intuire un peggioramento imminente: «Lo sapevano tutti che sarebbe venuta giù l’ira di Dio: era scritto su tutti i bollettini». Per la Procura, di fronte a quelle informazioni sarebbe stato “possibile e dovuto” attivare misure di sicurezza immediate.