Il monito del procuratore generale: “Creare nuovi reati o aumentare le pene non risolve i problemi”

Il procuratore generale di Perugia interviene all’inaugurazione dell’anno giudiziario, richiamando l’attenzione sulle cause sociali del disagio e sul ruolo del processo penale, soprattutto nei confronti dei giovani.

Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Umbria, svoltasi a Perugia, il procuratore generale Sergio Sottani ha affrontato il tema del senso di insicurezza percepito dai cittadini, sottolineando come l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati rappresentino risposte spesso inefficaci rispetto alla complessità dei fenomeni sociali. L’intervento, pronunciato all’inizio del nuovo anno giudiziario, si è concentrato sulle politiche penali, sui limiti dello strumento repressivo e sulla necessità di un’analisi più profonda delle cause che alimentano il disagio, con particolare attenzione al mondo adolescenziale.

Secondo Sottani, “aumentare le pene o introdurre nuovi reati può forse soddisfare le esigenze securitarie dell’opinione pubblica, ma raramente risolve il problema”. Una riflessione che si inserisce nel dibattito nazionale sulla sicurezza e sull’efficacia delle risposte legislative, ma che assume una valenza specifica anche per l’Umbria, regione che, come evidenziato dal procuratore generale, non è immune da una crescente percezione di insicurezza diffusa tra i cittadini.

Nel suo intervento, Sottani ha osservato che “il senso di insicurezza che sembra pervadere anche la regione non può essere affrontato con il mero aumento delle pene o con l’introduzione di nuovi reati”, strumenti che, a suo avviso, “di per sé soli, sembrano rispondere più a forme di populismo giudiziario piuttosto che ad una approfondita analisi di fenomeni sociali”. Il riferimento è a interventi normativi che puntano principalmente sull’inasprimento sanzionatorio, senza accompagnarsi a politiche strutturali capaci di incidere sulle radici del disagio.

Il procuratore generale ha poi richiamato l’attenzione sul ruolo e sui limiti del processo penale, chiarendo che i tempi della giustizia sono inevitabilmente legati a garanzie fondamentali. “Il processo penale ha i suoi tempi per l’accertamento della verità”, ha spiegato, tempi che “rispondono a doverose esigenze di garanzie dell’accertamento giudiziario”. In questo contesto, la sola prospettiva di un procedimento penale o di una possibile condanna non è sufficiente, secondo Sottani, a incidere sulle condizioni che generano comportamenti devianti o situazioni di marginalità.

Nel suo ragionamento, il procuratore generale ha evidenziato come “la prospettiva di essere sottoposto ad un processo penale e l’eventualità di subire una condanna penale non servono a rimuovere le cause del disagio”, cause che devono invece essere “ricercate, analizzate ed affrontate con strumenti che non possono essere soltanto repressivi”. Un passaggio che pone al centro il tema delle politiche preventive e sociali, considerate essenziali per affiancare l’azione della magistratura.

Particolare attenzione è stata riservata al mondo degli adolescenti, indicati da Sottani come soggetti particolarmente vulnerabili. “Soprattutto nei confronti degli adolescenti, soggetti la cui personalità è in via di formazione”, ha sottolineato, “occorre un dialogo costante, una capacità di ascolto ed una autorevolezza nelle condotte e nelle parole da parte degli adulti”. Un richiamo che evidenzia la responsabilità delle istituzioni, della famiglia e della società civile nel costruire percorsi educativi e relazionali in grado di prevenire il disagio giovanile.

L’intervento del procuratore generale si inserisce in un contesto più ampio di riflessione sul rapporto tra giustizia, sicurezza e società, ponendo l’accento sulla necessità di superare approcci esclusivamente punitivi. Nel quadro delineato durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, emerge l’idea che la risposta al senso di insicurezza debba essere articolata, fondata su analisi approfondite dei fenomeni sociali e su un utilizzo equilibrato degli strumenti repressivi, affiancati da interventi educativi e di inclusione.

Le parole di Sottani offrono così uno spunto di riflessione sul ruolo della magistratura e sulle aspettative dell’opinione pubblica, ribadendo che la sicurezza non può essere garantita solo attraverso l’inasprimento delle sanzioni, ma richiede un impegno più ampio e condiviso da parte di tutte le componenti della società.

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