Tasse, lo stato si è mangiato oltre il 22 percento dei redditi perugini

I dati CGIA rivelano forti differenze territoriali nel prelievo fiscale e confermano il divario tra Nord e Sud. La città è al 53 posto su 107 comuni

Oltre il 22 percento dell’imponibile reddito dichiarato a Perugia se ne va nell’Irpef. Lo dice l’analisi della Cgia di Mestre su dati del Ministero delle Finanze. Perugia è al 53. posto nel rank per Irpef medio rispetto al reddito dichiarato: 5091 euro su 22867. Dati che invece la pongono al 61. nel ranking per reddito complessivo medi

La provincia di Perugia è al’24. posto per numero di contribuenti, 284.070 da reddito, 178.430 da pensione, 19.047 autonomi e 26.425  collaborativiper un totale di 502.222. Il tutto in una regione, l’Umbria, al decimo posto per numero di persone con reddito sotto la media nazionale, fissata a 24.830: non è un dato secondario, perchè sotto all’Umbria ci sono solo le Marche e tutte le regioni del Sud.

In generale, a livello nazionale (dati del 2023),  i contribuenti italiani hanno dichiarato un gettito Irpef complessivo pari a 190 miliardi di euro, al netto delle detrazioni e degli oneri deducibili, con la media nazionale del prelievo Irpef che si è attestata a 5.663 euro per contribuente (22, 81 percento di incidenza)

Il prelievo medio più elevato si registra nella Città Metropolitana di Milano, con 8.846 euro per contribuente e 33.604 di reddito (26.32 percento del reddito) . A seguire troviamo Roma con 7.383 euro, Monza-Brianza con 6.908, Bolzano con 6.863 e Bologna con 6.644. All’estremo opposto, i contribuenti della provincia del Sud Sardegna sono risultati i meno tassati, con un Irpef media pari a 3.619 euro (18.538 euro di reddito medio, 19.52% di incidenza)

Tali differenze sono strettamente legate ai livelli di reddito dichiarato. Poiché il sistema fiscale italiano si basa su criteri di progressività, le aree con redditi più elevati tendono anche a versare imposte più consistenti. Milano si conferma il territorio con il reddito complessivo medio più alto (33.604 euro), seguita da Bologna (29.533), Monza-Brianza (29.455), Lecco (28.879), Bolzano (28.780), Parma (28.746) e Roma (28.643). Non a caso, queste stesse realtà compaiono anche ai vertici della classifica del prelievo fiscale Irpef.

Nel Mezzogiorno la situazione appare invece più critica. Se a livello nazionale il 65,9% dei contribuenti ha dichiarato un reddito inferiore alla media nazionale (pari a 24.830 euro nel 2023), nel Sud e nelle Isole tale quota supera il 70%. La Calabria detiene il primato negativo, con il 77,7% dei contribuenti — pari a oltre 919mila persone fisiche — che ha dichiarato redditi inferiori alla media. Questo squilibrio evidenzia ancora una volta il marcato divario economico tra Nord e Sud del Paese, sia in termini di reddito che di imposizione fiscale.

Un’ulteriore osservazione riguarda la correlazione tra pressione fiscale e qualità dei servizi pubblici. Nelle aree in cui il prelievo è più alto, si osserva generalmente una maggiore disponibilità e qualità di infrastrutture e servizi, come trasporti, sanità, istruzione, cultura, sport e tempo libero.

Guardando al 2025, il Documento di Economia e Finanza prevede una pressione fiscale del 42,7%, in lieve aumento (+0,1 punti percentuali) rispetto al 2024. Tuttavia, questo incremento non è dovuto a un aggravio delle imposte, bensì a una serie di modifiche normative, tra cui la sostituzione della decontribuzione per i lavoratori dipendenti con una misura che combina sconti Irpef e bonus per i redditi più bassi. Quest’ultimo, pur essendo contabilizzato come maggiore spesa pubblica, finisce per incidere sulla pressione fiscale complessiva, determinandone l’aumento tecnico.

In effetti, se si considerasse l’effetto neutro della decontribuzione precedente, la pressione fiscale effettiva nel 2025 risulterebbe leggermente inferiore, attestandosi al 42,5%. Nonostante questo, il peso fiscale percepito dai contribuenti non ha subito un incremento diretto, ma riflette l’effetto di alcune dinamiche economiche favorevoli.

Nel 2024, infatti, il buon andamento dell’economia ha favorito una crescita delle entrate fiscali. Questo è avvenuto soprattutto grazie al rendimento delle imposte sostitutive sui redditi da capitale, alla crescita delle retribuzioni dovuta ai rinnovi contrattuali e agli arretrati nel pubblico impiego, nonché all’aumento del numero degli occupati. Tutti elementi che hanno contribuito a una ripresa dell’Irpef e dei contributi previdenziali, rafforzando le finanze pubbliche senza modificare in modo significativo l’imposizione fiscale diretta.

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