Dopo 16 anni di battaglia legale, si è chiusa la vicenda giudiziaria di una donna che, nel 2009, venne sottoposta a un intervento invasivo all’ospedale di Todi per la presunta presenza di una neoplasia all’intestino. La diagnosi, però, si rivelò errata: il tumore non c’era, e la paziente aveva invece un semplice polipo benigno. La Corte dei conti ha ora condannato il medico che eseguì l’operazione a risarcire 267mila euro per errore diagnostico e colpa grave. Ne riferisce Il Messaggero.
Un intervento chirurgico non necessario
Tutto iniziò nel maggio 2009, quando la donna venne ricoverata per problemi di emorroidi. Dopo una colonscopia e una biopsia, le fu diagnosticata una neoplasia e, di conseguenza, venne sottoposta a un’amputazione rettale. Tuttavia, tre giorni dopo l’intervento, l’esame istologico escluse la presenza di un tumore, evidenziando soltanto un piccolo polipo benigno. In altre parole, la paziente aveva subito un intervento invasivo non necessario, poiché la sua condizione avrebbe richiesto soltanto una terapia farmacologica.
Il processo e la condanna
La donna ha quindi intentato un’azione legale contro la Asl Umbria 1 e il medico responsabile, accusandolo di aver agito con superficialità e negligenza, consigliando un intervento radicale senza una diagnosi certa. Ha inoltre presentato una denuncia alla procura della Repubblica, dando il via a un procedimento in cui una perizia ha confermato l’errore medico.
Il procedimento penale si è chiuso per prescrizione, mentre quello civile è proseguito. Una consulenza tecnica ha sottolineato che sarebbe bastata una terapia antinfiammatoria e antibiotica, ribadendo la colpa grave nell’operato del chirurgo.
Inizialmente, la Corte dei conti aveva richiesto al medico un risarcimento di 445mila euro, ma dopo una revisione dei conteggi legati alle assicurazioni, la somma è stata ridotta a 267mila euro.
La difesa del medico
Il medico, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Berellini, ha contestato la condanna, sostenendo che la paziente fosse comunque affetta da una grave ulcera solitaria e che l’intervento radicale fosse comunque una soluzione praticabile. Tuttavia, la Corte ha respinto la richiesta di una nuova perizia e ha confermato l’errore diagnostico con colpa grave.