Carmelo Miano, l’hacker siciliano di 24 anni,arrestato a Roma con l’accusa di aver violato i sistemi informatici di diverse procure italiane teneva sotto controllo diversi magistrati umbri. Secondo quanto emerso dall’inchiesta condotta dalla Polizia di Stato, Miano sarebbe riuscito a bypassare i sistemi di criptaggio del Ministero della Giustizia, ottenendo accesso alle comunicazioni interne e alle email dei magistrati.
La scoperta della violazione è stata confermata dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche, che ha consegnato alla procura di Napoli una dettagliata informativa. Questa documentazione evidenzia come l’hacker sia riuscito a prelevare dai sistemi ministeriali il database degli utenti di dominio, che include le username e le password dei magistrati di tutta Italia. Nonostante le protezioni esistenti, Miano è riuscito a violare il sistema utilizzando un software di hackeraggio noto come “mimikatz”.
Le procure più colpite risultano essere quelle di Perugia, Firenze e Torino, dove l’hacker è riuscito a decifrare le credenziali di numerosi magistrati. Sarebbero in particolare dieci le password decifrate nella procura di Perugia, incluse quelle del procuratore capo Raffaele Cantone. A Firenze, sono state rubate le credenziali di 24 magistrati, tra cui il procuratore capo Filippo Spiezia, mentre a Torino sono state violate le password di 21 toghe, compreso il procuratore capo Giovanni Bombardieri. Tuttavia, secondo gli esperti della Polizia Postale, è attualmente impossibile stabilire quante password siano state rubate complessivamente e se siano state effettivamente utilizzate.
Le indagini hanno finora coinvolto verifiche a campione sui dati sequestrati all’hacker, con risultati inquietanti: a Perugia, Miano ha decifrato le password di 10 magistrati su 14 controllati; a Firenze, 21 su 24; e a Torino, 15 su 19. Questi dati rappresentano solo una parte del vasto database che l’hacker aveva sottratto, il cui esame completo richiederà ulteriori approfondimenti.
La gravità della falla individuata mette in luce una vulnerabilità senza precedenti nei sistemi informatici della giustizia italiana, sollevando preoccupazioni riguardo alla sicurezza dei dati sensibili e delle comunicazioni dei magistrati. Le indagini proseguiranno per determinare l’effettivo impatto di queste violazioni e se i dati rubati siano stati utilizzati in operazioni illecite.