L’Umbria sprofonda verso Sud: peggior regione d’Italia per variazione del Pil post Covid

I dati impietosi dello Svimez: in quattro anni persi 1,6 punti. Mentre Nord e Sud corrono dopo il Covid, l'umbria arretra lentamente. Bianchi: "Regione verso la deindustrializzazione". Paggio: "Serve una svolta". Tengono solo le costruzioni e il turismo, crolla l'agricoltura. E l'occupazione è over 50

L’Umbria affonda, sprofonda verso Sud.  E anzi, in questo momento fa peggio del Sud. Lo dice il rapporto della Svimez, l’Agenzia Nazionale per lo sviluppo dell’industria Mezzogiorno che segna l’Umbria in rosso.

Umbria fanalino di coda del centro Italia

La regione è infatti la peggiore del centro Italia relativamente al Pil con un calo di 1,6 punti nel quadriennio 2019-2022, peggio anche di regioni dove il consenso per gli amministratori è bassissimo come Abruzzo (-1.1) e Marche (che addirittura sono invece cresciute, 1.3). Ma peggio in assoluto di tutta Italia, visto che solo le regioni del centro hanno fatto segnare un calo e persino le regioni meridionali sono in ascesa o comunque stabili

Nel dettaglio, l’Umbria fa segnare nel 2023 la crescita reale del Pil di 0,3 punti inserita però in contesto quadriennale che lo ha visto crollare di 2,5 punti. Per quanto concerne i vari settori l’Umbria fa segnare un valore aggiunto in crescita per le costruzioni di 4,8 punti nel 2023 e complessivamente di 14,3 punti nel quadriennio. Si tratta dell’unico settore che tiene visto che i servizi hanno fatto segnare nel 2023 una crescita di 1,6 del valore aggiunto che però è pari a zero nel quadriennio (dunque è un dato che è servito a recuperare il calo). E se l’industria fa segnare un -9,2 nel quadriennio e – 3,1 annuale, l’agricoltura affonda: – 9,8 nel 2023 e addirittura -23,1 su base quadriennale.

Dati che si riflettono anche su base occupazionale: i 4 anni gli occupati sono cresciuti appena dello 0.9 con industria e costruzioni a fare da traino (+15 e +12 rispettivamente), i servizi in lieve calo (-1,9) e l’agricoltura a picco (-34)

Il turismo fa segnare una crescita del 7,89 nel 2023 (con una cresciuta degli stranieri di 11,9 punti e degli italiani di 5,9) e un dato quadriennale  di 9,2 in crescita (stranieri +4,3, italiani +11,8 dato quest’ultimo evidentemente influenzato dagli anni del Covid che hanno fatto impennare gli italiani). Tengono ancora i dati sulla spesa per i consumi finali, con dati però sempre più risicati mentre l’export fa segnare quasi 4 punti in meno nel 2023 su una crescita del 30 percento su base quadriennale.

L’occupazione

Altro dato importante, quello dell’occupazione: leggermente cresciuta in Umbria (+2,8) ma con grosse differenze settoriali: bene le costruzioni (+5,7), i servizi (3,4) e l’industria in senso stretto (3,1), tracollo dell’agricoltura (-19 percento). Dato positivo, se non altro, quello della crescita dei contratti a tempo determinato (+7,2) mentre calano quelli a tempo determinato (-1,4). Ma i contratti sono ancora in gran parte part time (+2,7), anche se tengono quelli a tempo pieno (+2,89: Particolarmente allarmante il 2,2 percento di “part time involontario”, cioè di lavoratori pagati per metà tempo ma impiegati di fatto a tempo pieno. Naturalmente, l’Umbria non è un Paese per giovani: degli occupati infatti cresce la fascia over 50 (+7,7) e leggermente quella degli Over 35 (+1,5) mentre la fascia di mezzo fa segnare un -1.8. Piccoli passi avanti per il lavoro femminile (+1,4) ma sempre crescita minore rispetto a quello maschile (+3,8). Il dato più allarmante è però quello che vede gli over 50 unici a crescere come occupati su base quadriennale (e le donne perdere lo 0.3).

Per quanto concerne gli altri indicatori chiave del mercato del lavoro, l’Umbria fa segnare un tasso di attività pressochè stabile nel quadriennio 70,6, ovvero -0,1); un tasso di occupazione in discesa (64,5 contro 66,5); una disoccupazione cresciuta di 2,5 punti (8,5) che però è allarmante a livello giovanile (26,5 contro 18,3 del 2019). Mentre i cosiddetti Neet sono al 13,7 contro il 10 del 2019

Le dichiarazioni

Luca Bianchi, direttore dello Svimez, inserisce la crisi dell’Umbria in quella più evidente, di tutto il Centro Italia, che in questo momento è la zavorra del Paese e che con l’autonomia differenziata rischia di affondare.

Parlando a Il Messaggero, Bianchi sottolinea come “c’è sicuramente un problema di identità. È in corso una nuova polarizzazione tra Nord e Sud, e in questo contesto è mancata un’idea di sviluppo anche per l’asse centrale. Che paga, ritengo, un grande problema di collegamenti infrastrutturali. Nessuno ne parla, ma c’è un’assenza di connessioni orizzontali”.

“Ci si è concentrati soprattutto sullo sviluppo dei collegamenti che da nord vanno a sud – aggiunge – pochissimo su quelli che vanno da ovest a est. Manca una connessione tra i territori dell’Italia centrale. Si soffre soprattutto sull’asse Umbria-Lazio-Toscana-Abruzzo e Marche. Manca un disegno di sviluppo complessivo. Un contesto nel quale ci sono stati dei fattori di crisi specifica. La deindustrializzazione ha riguardato in maniera marcata l’Umbria”.

Maria Rita Paggio, segretaria della Cgil umbria parla di “Umbria guida di questo processo di meridionalizzazione. La nostra infatti è la regione che fa segnare i peggiori risultati in Italia sia in termini di crescita economica che di calo demografico. Una situazione critica che non può più essere sottaciuta né sottovalutata. L’augurio è che la prossima giunta metta in campo «interventi radicali che puntino a invertire questa tendenza”.

“Mentre il Nord e anche il Sud del Paese dopo la pandemia hanno ripreso un percorso di crescita – sottolinea la Paggio – il Centro arranca e l’Umbria è proprio la Cenerentola d’Italia in termini di sviluppo Questo dipende evidentemente dalla mancanza di politiche economiche efficaci, che frenino la deindustrializzazione e la terziarizzazione al ribasso dell’economia, e da un’imprenditoria che continua a fare utili, ma non investe, soprattutto nel lavoro, come dimostrano le retribuzioni troppo basse e gli alti tassi di precarietà”

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