La titolare di una ditta di apparecchiature elettriche a Gualdo Tadino è stata condannata a due anni di carcere per aver sfruttato operai ‘in nero’, facendoli lavorare fino a 13 ore al giorno per una retribuzione massima di tre euro all’ora. La sentenza è stata emessa dal giudice per l’udienza preliminare (gup) di Perugia, in un processo svolto con rito abbreviato. Il coamministratore della ditta è stato rinviato a giudizio con accuse simili. Ne riferisce Umbria 24
Secondo il pubblico ministero di Perugia, Mara Pucci, i due imputati, di nazionalità marocchina, sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di 12 operai connazionali. La pm ha evidenziato che i lavoratori venivano assunti e impiegati irregolarmente, privi di un permesso di soggiorno valido per motivi di lavoro subordinato, e sottoposti a condizioni di sfruttamento estreme.
Le indagini hanno rivelato che gli operai erano costretti a lavorare 13 ore al giorno senza riposi settimanali, con una retribuzione massima di 2,5-3 euro l’ora. La pm Pucci ha sottolineato come i datori di lavoro approfittassero dello stato di bisogno dei lavoratori, aggravato dalla precarietà della loro posizione sul territorio, dalla mancanza di mezzi per soddisfare le esigenze primarie, e dalle difficoltà linguistiche e di integrazione sociale.
Le accuse specificano che i lavoratori erano sottoposti a condizioni di lavoro inique e degradanti, sia per quanto riguarda l’orario di lavoro, sia per la retribuzione e le misure di sicurezza sul lavoro. Le cautele ai fini di salute e sicurezza erano inesistenti, esponendo i lavoratori a rischi significativi. Inoltre, non venivano rispettati gli obblighi previdenziali, aggravando ulteriormente la situazione di sfruttamento.