Con una recente decisione, il Consiglio di Stato ha preso una posizione fondamentale riguardo alla partecipazione delle imprese a gare pubbliche in seguito a comportamenti illeciti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un illecito professionale non conduce automaticamente all’esclusione da future licitazioni. La sentenza emerge da un appello rigettato contro una decisione del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Umbria, che aveva in precedenza trattato il caso di una cooperativa esclusa da una gara per la gestione di un centro di accoglienza per migranti.
Il verdetto stabilisce che non si può procedere all’esclusione automatica di un’entità basandosi su precedenti comportamenti illeciti. Piuttosto, deve essere garantito un processo contraddittorio in cui l’impresa coinvolta ha la possibilità di dimostrare di aver adottato misure di self-cleaning efficaci. Queste misure devono essere esaminate attentamente dalla stazione appaltante, che deve considerarle sia per le gare in corso sia per quelle future.
Il Consiglio di Stato ha chiarito che la validità di tali misure di auto-sanzione deve estendersi oltre i comportamenti contrattualmente inappropriati, includendo anche azioni che potrebbero essere considerate sleali a livello procedurale. La revisione di questi comportamenti e delle misure di correzione adottate è essenziale per determinare se la struttura organizzativa e decisionale precedente sia stata effettivamente modificata per prevenire ulteriori illeciti.
Questo approccio non solo riafferma l’importanza del contraddittorio procedurale, ma riconosce anche la necessità per le imprese di riformare attivamente le proprie pratiche e politiche interne per continuare a partecipare a gare pubbliche. La decisione sottolinea un cambiamento significativo nella gestione degli illeciti nelle gare pubbliche, promuovendo un sistema più giusto e trasparente che valorizza il miglioramento continuo e l’adeguamento etico delle imprese.