Sollecito. “Contro di me stigma sociale anche dopo assoluzione”

A otto anni dall’omicidio Kercher, l’ex imputato assolto denuncia: “La vera pena è lo sguardo della società verso chi è stato in carcere da innocente”

“C’è una condanna che nessuna sentenza può cancellare: lo stigma sociale verso chi è stato ingiustamente in carcere”. Con queste parole, Raffaele Sollecito, assolto definitivamente nel 2015 per l’omicidio di Meredith Kercher, torna a parlare della sua vicenda giudiziaria e umana, otto anni dopo i fatti che segnarono la città di Perugia e l’intero Paese. Lo fa con un’intervista rilasciata all’ANSA, in cui denuncia una discriminazione invisibile ma persistente, che ancora oggi ne condiziona la vita.

“Sono stato assolto definitivamente nel 2015, dopo quattro anni di carcere e otto anni di processo basato su ricostruzioni completamente inventate”, ricorda Sollecito. Eppure, aggiunge, “molti continuano a pensare che l’abbia fatta franca”. Il riferimento è a quel pregiudizio radicato, difficile da scalfire anche di fronte a una sentenza definitiva di assoluzione, che nella sua esperienza si manifesta “negli sguardi, nei commenti, persino negli atteggiamenti istituzionali come la negazione di qualsiasi risarcimento”.

Sollecito era stato accusato insieme ad Amanda Knox per il delitto della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa nella sua abitazione perugina tra il 1° e il 2 novembre 2007. Dopo un lungo e complesso iter giudiziario, entrambi furono assolti con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione, che escluse il loro coinvolgimento nel delitto.

Nel raccontare la sua attuale vita, Sollecito spiega di aver ricostruito una carriera professionale in ambito tecnologico, lavorando oggi come “architetto del cloud”, progettando infrastrutture digitali per aziende italiane ed europee. Vive in Puglia, lavora da remoto e viaggia spesso, elementi che gli hanno restituito una certa libertà personale e lavorativa. Tuttavia, il peso del sospetto non si è mai del tutto dissolto: “Il fatto che io sia stato assolto non basta, per molti non sarò mai veramente innocente”.

Sollecito richiama l’attenzione su un problema più ampio, che non riguarda solo la sua storia. “Penso ad Alberto Stasi, ingiustamente in carcere per l’omicidio di Garlasco di cui è innocente”, afferma. “Come nella mia vicenda, sentenze ondivaghe e ricostruzioni fantasiose hanno creato un marchio indelebile”, una condanna sociale che si estende oltre il verdetto giudiziario.

“Serve una riforma non solo della giustizia, ma della memoria collettiva”, sostiene Sollecito. L’appello è a una maggiore consapevolezza pubblica, affinché la presunzione di innocenza non venga annullata da pregiudizi e semplificazioni mediatiche. “Nessuno dovrebbe essere condannato per sempre dall’opinione pubblica quando la legge lo ha dichiarato innocente”, conclude.

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Sara Ardizzone
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