Tentò di avvelenare dottoressa: licenziata caposala dell’Hospice di Perugia

La Asl Umbria 1 ha allontanato in via definitiva l’infermiera accusata di aver adulterato l’acqua di una dottoressa con un potente sedativo ospedaliero.

È stato formalizzato il licenziamento senza preavviso della caposala dell’Hospice di Perugia, accusata di aver cercato di avvelenare una collega medico con la quale i rapporti erano da tempo deteriorati. La decisione è arrivata tramite la delibera n. 846, firmata dal direttore generale della Asl1 Emanuele Ciotti e pubblicata ieri sull’albo pretorio dell’Azienda sanitaria.

I fatti risalgono all’autunno di due anni fa, quando la dottoressa, insospettita da un sapore anomalo nella bottiglietta d’acqua che consumava abitualmente, ha scoperto di essere vittima di un tentativo di avvelenamento. Una videocamera installata per monitorare la situazione ha confermato i sospetti, aprendo la strada all’inchiesta condotta dai carabinieri del Nas.

La caposala, all’epoca 49enne, è stata denunciata e sospesa dal servizio come misura cautelare. Secondo le indagini, avrebbe versato ripetutamente nel contenuto delle bottigliette della dottoressa dosi di Midazolam Cloridrato, un farmaco sedativo per uso esclusivamente ospedaliero, prelevato senza autorizzazione dagli armadietti della struttura del parco Santa Margherita. I quantitativi rilevati variavano da 3 a quasi 15 milligrammi per bottiglia.

Le analisi chimico-tossicologiche e il materiale probatorio hanno portato all’accusa di adulterazione fraudolenta, peculato e stalking. È stato appurato che la caposala aveva anche sottratto cinque boccette di morfina e dieci fiale di Talentum, principio attivo a base dello stesso sedativo. Inoltre, risulta aver accusato ingiustamente terzi per coprire le proprie responsabilità nella gestione delle sostanze stupefacenti.

Il processo penale si è concluso con un patteggiamento a due anni di reclusione, pena sospesa, davanti al giudice Margherita Amodeo. La sentenza ha incluso anche la condanna al pagamento delle spese legali in favore delle parti civili: la dottoressa vittima e la stessa Asl Umbria 1.

La decisione dell’ente sanitario è arrivata dopo l’acquisizione della sentenza. Inizialmente sospesa, la dipendente era tornata al centro dell’attenzione disciplinare non appena si è concluso l’iter giudiziario penale. Il procedimento è quindi ripreso e ha portato alla definitiva interruzione del rapporto lavorativo, giustificata dalla gravità dei reati e dalla perdita totale di fiducia nei confronti della professionista.

Parallelamente, è stato avviato anche un procedimento in sede civile per il risarcimento danni. La dottoressa, rappresentata dall’avvocato Simone Manna, e l’Azienda sanitaria, tramite l’avvocato Pietro Laffranco, hanno già avviato le pratiche per ottenere un indennizzo economico per i danni subiti.

La vicenda ha suscitato forte indignazione nel personale sanitario, non solo per la gravità del gesto, ma anche per l’abuso di farmaci ad uso esclusivo clinico, sottratti con modalità illecite e potenzialmente letali. L’episodio ha portato l’Asl a rafforzare i controlli interni e a rivedere le procedure di accesso alle sostanze sensibili.

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