In Umbria, la crisi della ricerca pubblica si manifesta con forza attraverso la precarietà dei contratti dei ricercatori del Cnr. Sono oltre 60 i professionisti attivi nella regione, di cui 44 solo a Perugia, distribuiti in sei istituti. Questi lavoratori — tra assegnisti, borsisti e ricercatori a tempo determinato — si trovano in una condizione di estrema incertezza, senza garanzie di continuità lavorativa, nonostante il loro ruolo strategico in progetti legati all’ambiente, alla prevenzione del dissesto idrogeologico e alla sostenibilità.
L’instabilità contrattuale rischia di compromettere la capacità dello Stato di rispondere alle emergenze ambientali. La delegazione dei Precari uniti del Cnr Umbria, in rappresentanza di 88 istituti a livello nazionale, ha incontrato il 6 giugno l’assessore all’Ambiente di Perugia, David Grohmann. L’iniziativa segue il colloquio con la sindaca Vittoria Ferdinandi, che ha trasmesso alla ministra Bernini una lettera ufficiale per richiamare l’attenzione sulla questione. Al centro del confronto: il valore strategico della ricerca pubblica per la salvaguardia del territorio umbro.
La regione è particolarmente vulnerabile. I ricercatori sottolineano come l’Umbria sia soggetta a fenomeni di dissesto idrogeologico e progressivo spopolamento, condizioni che rendono ancora più urgente una ricerca ambientale efficace e costante. Tuttavia, nonostante un emendamento alla legge di bilancio abbia stanziato fondi per la stabilizzazione, le risorse sono del tutto insufficienti: coprono solo 170 assunzioni a fronte di oltre 4.000 ricercatori precari in tutta Italia.
Le problematiche non si fermano qui. Oltre alla scarsità di fondi, la situazione è aggravata dall’assenza di una governance centrale al Cnr, dalla soppressione degli assegni di ricerca e dall’assenza di procedure operative per impiegare i fondi già disponibili. A ciò si aggiunge la scadenza imminente di molti contratti finanziati dal Pnrr, con il concreto rischio di interrompere progetti fondamentali per la collettività.
Gli istituti Cnr umbri svolgono attività di primaria importanza. L’Irpi, ad esempio, monitora frane, alluvioni e terremoti in sinergia con la Protezione Civile; l’Ibbr e l’Isafom si occupano rispettivamente di agricoltura sostenibile ed economia circolare. L’Iret studia l’impatto degli inquinanti sugli ecosistemi, mentre Scitec e Iom sviluppano tecnologie e materiali per l’industria locale. Queste attività sono messe in discussione dalla mancanza di stabilità occupazionale, che indebolisce la continuità scientifica.
I Precari uniti del Cnr hanno ribadito una serie di richieste fondamentali: l’attuazione della legge Madia per la stabilizzazione, la nomina urgente del presidente dell’ente, una programmazione pluriennale delle assunzioni, risorse certe da inserire nella prossima legge di bilancio e concorsi pubblici che tengano conto dell’esperienza già maturata all’interno degli istituti.
La situazione climatica attuale rende la questione ancora più urgente. Il 2024 ha già registrato un numero record di eventi meteorologici estremi, e l’apporto della ricerca pubblica si dimostra essenziale per affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico. Ignorare le richieste dei ricercatori significa indebolire le difese del Paese contro le emergenze ambientali
Così la deputata di AVS Elisabetta Piccolotti: “Tagliando risorse all’università e alla ricerca il Governo Meloni spinge ricercatori, ricercatrici, dottorandi e dottorande, ad andare all’estero, dove sono pagati e valorizzati adeguatamente. I precari uniti del CNR hanno fatto simbolicamente le valigie in 19 sedi italiane, da Milano a Cosenza, da Sassari a Lecce. Hanno capito che in assenza di risorse dovranno andarsene, facendo involontariamente un danno incalcolabile al Paese in termini di sviluppo e di progresso. Sono più di 6000 ricercatori, precari anche da molti anni, che chiedono di essere stabilizzati allo scadere del PNRR.