Esplosione di Gubbio, attesa per la sentenza: rischiano vent’anni i cinque imputati

I giudici in camera di consiglio per la strage del laboratorio di cannabis light. Due morti, un minorenne ferito e cinque persone accusate di omicidio con dolo eventuale

Si è ritirata in camera di consiglio la Corte che dovrà emettere la sentenza sull’esplosione avvenuta il 7 maggio 2021 a Gubbio, nel laboratorio per la produzione di cannabis light situato in località Canne Greche. In quella tragedia persero la vita Samuel Cuffaro, 21 anni, ed Elisabetta D’Innocenti, 52, mentre un ragazzo minorenne rimase gravemente ferito. Come riporta Umbria 24, la decisione dei giudici è attesa nel pomeriggio di giovedì, quando tutte le parti torneranno in aula per conoscere l’esito del processo.

Cinque imputati, accuse gravissime

Sotto processo ci sono cinque persone: Alessandro Rossi (33 anni), Gabriele Muratori (29), Maria Gloria Muratori (25), Luciano Rossi (35) e Giorgio Mosca (43). Secondo l’accusa, erano responsabili diretti e indiretti dell’attività di produzione della cannabis light nel laboratorio esploso.

Il pubblico ministero Gemma Miliani, al termine della sua requisitoria dello scorso 27 marzo, ha chiesto per ciascuno la condanna a 20 anni di reclusione, configurando i reati di: omicidio con dolo eventuale, lesioni dolose gravissime e gravi, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e incendio.

Il nodo del pentano e le condizioni del laboratorio

Elemento centrale dell’intero procedimento è stato l’uso del pentano, sostanza altamente infiammabile che veniva stoccata e utilizzata nel laboratorio insieme a lavatrici a ultrasuoni, dispositivi soggetti a surriscaldamento. La combinazione delle due tecnologie, secondo l’accusa, rappresentava un rischio prevedibile e inaccettabile, data la natura esplosiva del pentano in ambienti non adeguatamente protetti.

Secondo le ricostruzioni, le società Greenvest e Green Genetics, formalmente guidate da tre degli imputati, operavano in violazione delle più basilari norme di sicurezza, in un contesto dove l’impianto era privo delle certificazioni necessarie e il trattamento del pentano avveniva senza dispositivi antideflagranti. A peggiorare il quadro, il coinvolgimento di lavoratori giovanissimi, impiegati in condizioni pericolose e in un ambito di presunta gestione occulta da parte di Luciano Rossi e Giorgio Mosca.

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