I sindacati contro la privatizzazione di Poste Italiane

Nota conginuta di SLP CISL, SLC CGIL, UILPOSTE, FAILP CISAL, CONFSAL COM e FNC-UGL COM

Le sigle sindacali SLP CISL, SLC CGIL, UILPOSTE, FAILP CISAL, CONFSAL COM e FNC-UGL COM, attraverso le firme di Marco Carlini, Enrico Bruschi, Stefania Panerai ,Giuliano Tognellini, Maurizio Biagetti e Guerino Acerra hanno diffuso una nota attraverso la quale si scagliano contro la privatizzazione di Poste Italiane:

“In Umbria gli uffici postali, esclusi i 16 centri che si occupano di recapito e logistica, sono 258 (191 in provincia di Perugia e 67 in provincia di Terni). I lavoratori di Poste Italiane in Umbria ammontano a circa 1600. Il governo ha recentemente licenziato il DPCM che dà il via alla fase di privatizzazione di alcune aziende del paese tra cui POSTE ITALIANE con l’immissione sul mercato delle quote (29.26%) possedute dal MEF.

Come OO. SS siamo fortemente contrari a questa ulteriore privatizzazione per diversi motivi:

• Con l’avvento di investitori privati e la conseguente perdita del controllo pubblico si rischia di perdere la capillarità della rete che eroga i servizi ai cittadini anche nelle comunità più remote e assicura il servizio universale del recapito in tutte le realtà geografiche.

• La possibile razionalizzazione degli uffici postali potrebbe comportare nel breve termine sia una riduzione del personale con ricadute occupazionali su tutta la nostra regione, che uno scadimento della qualità dei servizi erogati al cittadino.

• Il superamento dell’unitarietà del gruppo mette a serio rischio di sopravvivenza tutta la filiera del recapito postale, su cui insiste il servizio universale, ad oggi meno remunerativo rispetto ai servizi finanziari, assicurativi e di bancoposta.

• La rete immateriale di Poste Italiane con oltre 30 milioni di rapporti intrattenuti con cittadini e PMI, fa gola a molti. Essa rappresenta un fattore strategico per lo sviluppo dell’intero Paese, ma solo mantenendo il controllo pubblico potremo avere garanzia del mantenimento della socialità dei servizi, così come storicamente rappresentati da Poste Italiane da oltre 160 anni.

Se la logica del puro profitto, propria dei fondi speculativi, dovesse sostituire l’attuale governance, questo non sarà più possibile. In conclusione riteniamo che tutta l’operazione sia una inutile svendita, una operazione di mera cassa finalizzata ad abbattere il debito pubblico di insignificanti decimali, che va paradossalmente a discapito dello stesso bilancio pubblico. La vendita delle quote azionarie detenute dal MEF, infatti, comporta la rinuncia ai corposi dividendi distribuiti fra gli azionisti in questi anni. E’ invece utile ricordare che Poste Italiane, come afferma l’A.D. Matteo del Fante, ha chiuso il 2023 con 12 miliardi di ricavi, 2,6 miliardi di utile operativo e 1,9 miliardi di utile netto. Possibile che si voglia rinunciare a tutto questo??”.

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