Diciotto anni dopo la morte di Aldo Bianzino, avvenuta il 14 ottobre 2007 all’interno del carcere di Capanne, a Perugia, il figlio Rudra ha depositato una nuova istanza di riapertura delle indagini, chiedendo alla Procura di tornare a indagare per omicidio volontario. La richiesta è stata accolta in un primo passaggio tecnico con l’apertura di un fascicolo a modello 45, ovvero senza ipotesi di reato formale al momento, affidato al sostituto procuratore Andrea Claudiani, sotto la supervisione del procuratore capo Raffaele Cantone.
La morte di Aldo Bianzino, arrestato per coltivazione di cannabis nella sua casa a Pietralunga e deceduto poche ore dopo l’ingresso in carcere, è da anni al centro di una battaglia per la verità. Nel 2018, una prima richiesta di riapertura dell’indagine fu respinta dal procuratore aggiunto Giuseppe Petrazzini, nonostante la presenza di due perizie medico-legali ritenute significative da un collegio di giudici e da un giudice per le indagini preliminari. Le perizie sottolineavano, tra le altre cose, una lesione al fegato ritenuta compatibile con un evento traumatico avvenuto in prossimità del decesso, e non con eventuali manovre rianimatorie.
In questi giorni, Rudra Bianzino è tornato a chiedere giustizia per il padre, pubblicando un post sui social in cui spiega: “Non si può e non si deve morire così. La mia storia riguarda tutta la società. Troppi sono gli aspetti oscuri di questa vicenda, che chiama in causa le istituzioni stesse”. A sostegno dell’iniziativa si è schierata anche Sinistra Italiana – Federazione di Perugia, che in una nota ha dichiarato: “Una vicenda dai contorni foschi non può considerarsi chiusa. La giustizia e la trasparenza sono un dovere delle istituzioni nei confronti dell’intera comunità”.
Nel 2015, l’unica condanna definitiva collegata al caso fu quella dell’agente di polizia penitenziaria Gianluca Cantoro, che ricevette un anno di reclusione per omissione di soccorso. Nessun processo, però, ha mai accertato responsabilità penali dirette nella morte di Bianzino. Il figlio Rudra, come raccontato anche in un podcast pubblicato da Umbria24, ha ripercorso i momenti drammatici dell’arresto, le condizioni di detenzione della madre Roberta – poi deceduta anch’essa alcuni anni dopo – e la lunga ricerca di verità che lo ha portato a non abbandonare la battaglia legale e civile.
L’istanza di riapertura depositata nei giorni scorsi punta, dunque, a rimettere al centro dell’attenzione quegli elementi medico-legali e documentali finora non valutati pienamente in sede processuale. A oggi, non è stato reso noto il contenuto integrale della nuova documentazione, ma la Procura ha attivato le procedure preliminari di verifica, e le prossime settimane saranno decisive per comprendere se vi siano i presupposti giuridici per una riapertura formale dell’inchiesta.
Sinistra Italiana ha invitato la Procura a valutare con rigore l’istanza, ribadendo che “le istituzioni democratiche devono garantire verità e responsabilità anche all’ultimo dei cittadini”. Una posizione che rafforza la dimensione pubblica della vicenda, trasformando la richiesta di un figlio in un appello collettivo alla trasparenza e alla giustizia.
La morte di Aldo Bianzino continua a essere percepita da molti come un caso simbolo delle fragilità del sistema carcerario e delle lacune nella tutela dei diritti umani. Per questo, la nuova istanza rappresenta un passaggio cruciale per chiarire responsabilità e dinamiche rimaste, per ora, senza risposta.