Nei territori umbri colpiti dal terremoto del 2016, la ricostruzione avanza e cambia il volto dell’economia locale. I dati sull’occupazione nei 15 comuni del cratere – da Norcia a Cascia, da Cerreto a Sellano, fino a Spoleto – mostrano segnali di ripresa, ma anche profondi squilibri tra le diverse aree coinvolte. L’analisi del trend occupazionale racconta una doppia transizione: da una parte l’aumento degli addetti subordinati, dall’altra il calo inesorabile delle imprese familiari.
“I numeri confermano che la ricostruzione ha innescato un cambiamento strutturale del lavoro nel cratere umbro, ma da sola non basta”, avverte Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. È il quadro che emerge osservando i 14 comuni più piccoli del cratere (Cascia, Cerreto di Spoleto, Monteleone di Spoleto, Norcia, Poggiodomo, Preci, Sant’Anatolia di Narco, Scheggino, Sellano, Vallo di Nera, più Arrone, Ferentillo, Montefranco e Polino: dunque tutti tranne Spoleto), dove i lavoratori subordinati sono passati da 2.562 a 3.187 in dieci anni, segnando un +24,4%. Un dato che riflette la crescita del peso dell’economia formale, con imprese strutturate, soprattutto nel settore edile, spinte dai cantieri post-sisma.
Il rovescio della medaglia è il declino delle microimprese familiari. Gli addetti familiari sono diminuiti del 12,7%, passando da 2.229 nel 2015 a 1.945 nel 2025. Il sisma, l’esodo e la difficoltà di riprendere le attività nei borghi montani hanno svuotato il tessuto imprenditoriale tradizionale. “Stiamo assistendo a una crescita degli occupati subordinati, segnale incoraggiante, ma resta il rischio di un rimbalzo a vuoto se non ricostruiamo anche comunità e prospettive”, ha aggiunto Mencaroni.
Il dato complessivo nei 14 comuni del cratere umbro senza Spoleto è positivo: +7,1% di occupati tra 2015 e 2025. Ma se si include Spoleto, il bilancio si capovolge: -4,4% nel totale degli addetti. Il peso specifico della città, afflitta da problemi strutturali preesistenti al sisma, distorce l’immagine complessiva.
E la demografia resta il vero nodo. Norcia ha perso il 9,7% dei residenti dal 2016, Cascia il 7%. Nei comuni più piccoli, come Poggiodomo, si toccano numeri drammatici: solo 83 abitanti e un indice di vecchiaia del 1.150%. I giovani fuggono, il ricambio generazionale è insufficiente e molte aziende rimangono solo sulla carta.
In questo scenario si inserisce Fenice, un progetto che mira a rigenerare non solo le infrastrutture, ma anche le comunità. Promosso dall’Università per Stranieri di Perugia insieme a istituzioni locali e regionali, il programma punta a rilanciare la Valnerina con formazione, sviluppo d’impresa, rilancio delle filiere agricole e turistiche, innovazione e comunità energetiche.
“Il Progetto Fenice nasce proprio per trattenere chi vuole restare e attrarre chi può tornare. Investiamo in impresa, formazione e identità, perché senza persone nessun territorio può avere futuro”, ha sottolineato Mencaroni, evidenziando la necessità di una strategia integrata, capace di dare continuità al lavoro già avviato.
I numeri dell’occupazione segnalano che qualcosa si muove. Ma il vero traguardo è evitare che la ripresa si fermi con la fine dei cantieri. Servono misure durature, nuove visioni e azioni capaci di riaccendere il futuro in borghi che rischiano l’abbandono.