Omicidio-suicidio a Pò Bandino, le dieci pagine che svelano la premeditazione. Fiaccolata per Stefania Terrosi

Il manoscritto lasciato da Antonio Iacobellis ricostruisce la crisi con Stefania Terrosi: l’ex militare aveva acquistato l’arma pochi giorni prima. Serata intensa nella frazione di Città della Pieve

A Pò Bandino, frazione di Città della Pieve, le indagini dei carabinieri hanno ricostruito con maggiore precisione ciò che sarebbe accaduto nella mattinata dell’omicidio-suicidio costato la vita a Stefania Terrosi, 59 anni, e al suo convivente Antonio Iacobellis, 59 anni, ex sottoufficiale dell’aeronautica. Nel soggiorno dell’abitazione, accanto al divano su cui Iacobellis è stato trovato senza vita, è stato rinvenuto un documento di dieci pagine, scritto al computer, che fornisce elementi decisivi sulla dinamica e sulle motivazioni del gesto.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, coordinati dal sostituto procuratore Mara Pucci, l’uomo avrebbe atteso il rientro della compagna dal lavoro, dopo giorni segnati da forti tensioni emotive. Dalle pagine lasciate dall’ex militare emerge una relazione durata oltre dieci anni, descritta come ormai logorata, con un legame emotivo che lui stesso definiva «al capolinea». La fine della storia avrebbe provocato in Iacobellis una spirale di gelosia ossessiva, alimentata dalla paura che la donna potesse frequentare un’altra persona.

Nella cronologia ricostruita dagli inquirenti, risulta che l’ex sottoufficiale avesse acquistato la pistola solo pochi giorni prima, un dettaglio considerato cruciale per sostenere l’ipotesi di premeditazione. Pochi minuti prima del delitto, avrebbe inoltre inviato un messaggio a un ex collega, annunciando una «follia». È stato proprio questo destinatario a dare immediatamente l’allarme, permettendo ai carabinieri di raggiungere la villetta della coppia.

All’interno dell’abitazione, insieme ai militari, è arrivato anche il figlio della donna, nato da un precedente matrimonio. È stato lui a consegnare le prime testimonianze utili per delineare la situazione familiare delle ultime settimane. Dalle informazioni raccolte emerge che la separazione tra i due partner fosse già avviata e che Iacobellis, nato a Bari e residente in Umbria da molto tempo, solo una settimana prima cercasse online un nuovo appartamento nella zona, segno della volontà di trovare una diversa sistemazione.

Gli investigatori ritengono che, armato della pistola appena acquistata, Iacobellis abbia colpito due volte al petto la compagna, subito dopo il suo rientro. Successivamente si sarebbe tolto la vita con la stessa arma. A confermare definitivamente orari, traiettorie e distanza dei colpi sarà l’autopsia, già disposta dalla Procura di Perugia, insieme all’analisi dei telefonini della coppia, da cui si stanno recuperando eventuali messaggi, litigi o comunicazioni avvenute nei giorni precedenti.

Le dieci pagine ritrovate vicino al corpo restano tuttora uno dei principali elementi dell’indagine: un testo lucido, strutturato, privo di riferimenti esterni, in cui l’uomo ricostruisce anni di relazione, ammette responsabilità, descrive la perdita di «complicità» e manifesta il timore di essere stato abbandonato. Un documento che, secondo gli inquirenti, contribuisce a definire un quadro ormai drammaticamente chiaro, segnato da fragilità emotive, gelosia e incapacità di accettare la fine della relazione.

Fiaccolata in ricordo

Nel frattempo la sera di domenica a Pò Bandino è andata in scena una fiaccolata voluta dal Comune. Presente il sindaco Risini insieme alla Giunta comunale, e l’assessora regionale Simona Meloni in rappresentanza della Regione Umbria, oltre ad Andrea, il figlio della donna uccisa. Poche ore prima, il Comune aveva apposto un nastro rosso con il nome di Stefania Terrosi su uno degli alberi di viale Vanni, luogo simbolico dedicato alle vittime di femminicidio.

“È stato un momento molto toccante, di profonda riflessione – ha detto Risini all’ANSA – e l’auspicio è che simili tragedie non accadano mai più”.

Le parole dell’assessore

Simona Meloni spiega: “Non chiamatelo amore”. Ancora una volta, la relazione si trasforma in tragedia” ha scritto sui social Simona Meloni dopo avere partecipato alla cerimonia durante la quale un nastro rosso con il nome della donna è stato posto sull’albero dedicato a tutte quelle uccise. “Quel sentimento malato – prosegue- si trasforma in ossessione, nella disperata ricerca del controllo, nell’impossibilità di far fronte alla fragilità del terrore dell’abbandono, è solo probabilmente un tentativo disperato di colmare un vuoto esistenziale”.

Con toni netti e inequivocabili, ha ribadito che la violenza non è mai espressione d’amore, anzi: “L’amore è libertà, cura, reciprocità e rispetto. La follia violenta e omicida, premeditata o incontrollata che sia, non misura la forza di una passione, ma la profondità degli abissi interiori dove si annidano i demoni più oscuri”.

L’assessora ha poi sottolineato il rischio concreto che questi demoni diventino letali quando trovano mezzi per esprimersi, come nel caso dell’omicidio di Stefania Terrosi, uccisa con un’arma da fuoco acquistata pochi giorni prima da Antonio Iacobellis, ex sottufficiale dell’aeronautica. “Quando la violenza ha strumenti con cui agire, rischia di prevalere la morte sulla vita, la vendetta sulla comprensione, il silenzio sulle parole”, ha affermato.

Nel suo messaggio, Meloni ha inoltre invitato a riconoscere e contrastare la violenza in tutte le sue forme, non solo fisica ma anche verbale e psicologica, definendola “una modalità disperata e distruttiva per esercitare dominio”. Un comportamento che non può essere tollerato né giustificato, ma solo riconosciuto e fermato.

Infine, l’assessora ha lanciato un appello alla responsabilità collettiva, sottolineando che la lotta alla violenza non può riguardare solo istituzioni, centri antiviolenza o forze dell’ordine: “Forse dobbiamo ripartire anche dal vicinato, da uno sguardo oltre la nostra porta di casa. Perché i segnali di disagio, a volte, arrivano, ma non li sappiamo cogliere”.

Un messaggio forte, quello di Simona Meloni, che si inserisce in un contesto segnato dall’emergenza dei femminicidi in Italia e che richiama alla necessità urgente di una presa di coscienza sociale e culturale, affinché tragedie come quella di Stefania non si ripetano più.

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