Perugia in piazza contro i femminicidi: dolore e rabbia per dire basta

Centinaia di persone a Perugia per ricordare Ilaria, Laura, Eliza e tutte le vittime. Un grido collettivo: mai più.

Domenica 6 aprile piazza della Repubblica si è riempita di volti, voci, silenzi e cartelli. Centinaia di cittadine e cittadini si sono radunati nel cuore del capoluogo umbro per ricordare le vittime dei femminicidi che hanno scosso l’Umbria nel 2025: Ilaria Sula, Laura Papadia ed Eliza Feru, tre nomi che nel giro di pochi mesi sono diventati simboli di una violenza che non accenna a fermarsi. Il pensiero è volato anche a Sara Campanella, la giovane donna uccisa a Messina il 31 marzo, e a tutte le vittime di femminicidio in Italia.

Una piazza piena di dolore, ma anche di determinazione

Una piazza di rabbia, una piazza di dolore, ma soprattutto una piazza che non vuole più tacere. “Siamo qui per non sentirci sole – è stato detto dal palco – e per sperare che questa sia l’ultima volta che dobbiamo trovarci così. Anche se sappiamo che non sarà così, non smetteremo di lottare.”

Le voci dei partecipanti si sono alternate a momenti di raccoglimento e letture dedicate alle vittime, in una cornice profondamente partecipata e carica di emozione. Tra i presenti, anche rappresentanti delle istituzioni, associazioni femministe, collettivi studenteschi e semplici cittadini, uniti nel chiedere misure concrete per prevenire la violenza di genere. Tre i nomi che sono stati ricordati, le tre ragazze umbre uccise: Ilaria Sula, Laura Papadia, ed Eliza Feru, madre e lavoratrice, colpita a morte in un contesto di relazioni tossiche e abusi ripetuti.

Ognuna di loro rappresenta un’esistenza stroncata, una storia che non si concluderà mai con giustizia piena, perché nulla può restituire la vita a chi è stato privato del diritto di viverla.

L’urgenza di una risposta collettiva

La manifestazione ha voluto essere anche una chiamata all’azione. Le partecipanti hanno chiesto più educazione nelle scuole, interventi rapidi nei casi di violenza segnalata, centri antiviolenza realmente finanziati e diffusi, ma soprattutto un cambio culturale che smetta di tollerare o giustificare la violenza maschile.

Il corteo non ha avuto un colore politico, ma è stato l’espressione di un dolore trasversale e profondo, condiviso da chiunque si rifiuti di accettare la normalità della violenza sulle donne

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